Phoenix
Wolfgang Amadeus Phoenix
Certi dischi non possono che uscire d'estate, non c'è niente da fare.
Se questo Wolfgang Amadeus Phoenix fosse uscito, chessò, a gennaio, sicuramente non avrebbe sortito gli stessi effetti, non avrebbe trovato nel sottoscritto la giusta chimica per attecchire.
Dunque si, la seguente recensione è influenzata dal cielo limpido, dal caldo torrido e dal sole, lo ammetto.
Sta di fatto che i Phoenix, vecchia conoscenza dell'indie pop francese (parigino per l'esattezza, ma di fama internazionale), se ne escono con un album solare, dinamico, caldo, modaiolo, danzereccio e colorato nel momento più giusto.
E sta volta la dose di colore è decisamente maggiore del solito...Sembra infatti che i nostri abbiano fatto tesoro dei recenti sviluppi del genere, in particolare quelli dove l'elettronica gioca un ruolo decisivo. Mi riferisco in particolare ai Cut Copy, i quali devono essere stati ascoltati per bene dai Phoenix, influenzandone nettamente lo stile.
Certo lo status di veterani lo mantengono questi ultimi, riuscendo così a fare delle sopraccitate influenze uno stimolo per arricchire la propria personalità senza farsi travolgere da una pura foga imitativa.
Già a partire dal primo brano, Lisztomania, siamo coinvolti in un turbinio di ritmiche frenetiche e dinamiche, perennemente attizzate da contro-tempi, battute in levare e da melodie catchy e irresistibilmente (se non sfrontatamente) pop. Le sprizzanti armonie che derivano dall'incrocio di ogni elemento sono dotate di una freschezza indie che non può lasciare indifferenti, a meno che non si disprezzi il genere ovviamente, caso in cui probabilmente la sola prima traccia indurrà a terminare l'ascolto.
Segue un altro pezzo capace di conquistare da subito un posto fisso nei lettori mp3 per i prossimi mesi estivi: 1901, con le sue ostinate linee di synth e la sua prepotente anima dance (si parlava dei Cut Copy, ricordate?), riesce a dar vita ad un pezzo pop pieno, mai ridondante, senza concedere un attimo di pausa grazie a continue sferzate melodiche.
Fences si arricchisce di ulteriori sfumature e di toni maggiormente suadenti, mostrando come neanche alcuni passaggi dei Crystal Castles siano sfuggiti alla band parigina.
Il pezzo che però riesce a dettare uno smarcamento netto dai lavori precedenti ed imporre la decisiva svolta elettronica è Love Like A Sunset, lungo e sommesso crescendo di modulazioni di sintetizzatore e preziosismi melodici vari il quale, dopo un culmine ritmico, sfuma e si spegne in un leggero motivo acustico dominato dalla voce soave di Thomas Mars.
Da qui in poi si torna alla normale forma canzone, mescolando le caratteristiche finora sentite per assemblare altri potenziali singoli che si differenziano l'un l'altro per le diverse intensità cromatiche, per le sfumature e per il dosaggio dei vari elementi, poggiando però su una struttura comune e ben solida, quella che caratterizzava i brani precedenti, per capirci. E così alle spumeggianti Lasso e Armistice si affiancano le più eleganti e posate Rome e Girlfriend, entrambe dotate di un notevole charme e di una disinvolta dimestichezza nell'affrontare il genere.
Un policromatico gioiellino estivo questo ultimo album dei Phoenix, adatto a far scivolare via il caldo con spensierata leggerezza. Tre mesi di ascolti sicuri, per un'ipotetica conferma bisognerà, ahimè, aspettare la prossima gelata.
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