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R Recensione

7/10

Rubik

Solar

A distanza di pochi mesi dal loro secondo album “Dada Bandits”, i Rubik tornano con “Solar”. E quello che si conferma è che ancora una volta questo gruppo finlandese dimostra di essere libero da qualunque schema. Ancora una volta la madrepatria finlandese sembra lontanissima, ancora una volta è davvero arduo trovare un termine di paragone musicale e ancora una volta c’è quella schizofrenia dadaista che caratterizza i Rubik dettandone l’assoluta originalità. Stavolta non c’è alcun rimando esplicito a forme artistiche definite, ma la copertina sembra una citazione dei quadri di Seurat sulle rive della Senna, nonostante qui i volti dei personaggi siano misteriosamente coperti da una nuvola diafana ed ingombrante. La formula della loro musica è la medesima e il primo brano “Through the haze of our Nazional Anthems” lo dimostra pienamente, rivisitando con le trombe l’inno nazionale finlandese. Un’intro perfetta per la seguente “World around you” nella quale il ritmo è serrato energicamente da una batteria al limite della schizofrenia, supportato da cori e dalla voce calda echeggiata tra gli effetti elettronici che le danno la stravaganza necessaria per non scadere nel semplice pop da camera. È così che il ricordo più vicino appare quello dei Deus.

“Sun’s eyes” sembra avere l’intenzione, a volte riuscita, di riportare musicalmente i raggi di quel sole che il cantante dice di sentire sui propri occhi: qui sono gli slide di basso e l’assolo di tastiera a sostenere gli effetti, come la vista cerca di sostenere la luce solare. In quest'album c’è sole ovunque, anche dove arrivano le nubi, se non addirittura una tempesta. I Rubik lo dimostrano con la meravigliosa “Storm in a glass of water”: un brano costruito su 7 semplici note di chitarra, pizzicata senza nemmeno troppa cura, attraverso le quali si distorce un racconto sonoro degno di un brano post rock, con lunghi momenti di stasi dove sembra incredibilmente di stazionare in bilico sul bordo di un burrone. Ma la voce è splendidamente quieta e dolce, come raccontasse la storia lontana di un luogo estraneo al sole che continua a splendere in tutto l’album. “Solar death march” è ancora una prova di questo gioco tra schizofrenia e regolarità pop, nel quale il ritmo dei tamburi è funereo come vorrebbe il titolo, mentre la voce continua a sostenere la sua solarità fino a far esplodere l’intero brano, che trova la sua sublimazione in un assolo di chitarra elettrica che ricorda il Santana di “Abraxas”. Eppure è proprio qui che qualcosa inizia a cambiare.

La marcia di morte del sole appena suonata forse non era troppo pessimista. “Laws of gravity” è un brano dall’apparenza semplice, in uno stile anni ’80 che si lascia tranquillamente travolgere dal seguente “Crisis meeting in the lyceum”: Qui è la stessa voce a spezzare l’equilibrio sbilanciandosi in toni al limite dell’isteria, sostenuta dalla solita inarrestabile batteria e spezzata solo da fiati di flauti e trombe che dilatano il ritmo. “Not a hero” nasce come un brano pop, con una chitarra elettrica al di sotto della voce che detta un tempo semplice, che non rischia di perdersi nell’oscurità incombente. La nube inizia a coprire i volti dei protagonisti raffigurati sulla copertina, e al posto del sole c’è una strana luce fatta di ombre lievi e poco definite. Si riesce a percepire perfettamente in “Towers upon towers”, dove la voce canta in una intimità fredda, attraverso una strana coltre di nebbia: solo gli effetti di violini e il sottofondo del sintetizzatore danno ancora l’impressione di un sole che sopravviva alla nuvola. 

"The dark continent” si apre ancora con quel divertissement dell’inno nazionale finlandese, ma si placa quasi subito in una litania simile a una ninnananna. Poi un rullo di batteria romba come il battito di un cuore che non vuole accettare la fine ed ecco che le trombe ritornano prepotenti ad intonare la fuga dell’inno, come a voler sfaldare con il loro suono la coltre uggiosa, insieme con la batteria che non sa davvero tirarsi indietro da questa battaglia. Ma è un combattimento lungo dove effetti e distorsioni di chitarra appaiono i naturali rumori dello scontro, che trova finalmente una vittoria nelle trombe, altisonanti come fanfare, a decretare il ritorno del sole. Anche questa volta i Rubik riescono a sorprendere. “Solar” è un album che altalena sul ciglio di un bordo frastagliato dal quale non ha paura di scivolare. Tra sole e nuvole c’è un universo naturale portentoso che i Rubik non si limitano a suonare, ma cercano anche di vivere con i loro stessi strumenti: è così che “Solar” supera il dadaismo a volte un pò forzato del precedente “Dada Bandits” per portare quel carattere schizofrenico in un gioco di equilibri meno fine a sé stesso, inserendolo nel pretesto di un evento naturale – il passaggio di nuvole sul sole - che raggiunge simbolicamente una valenza vitale.

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 2 voti.
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Teo 7/10
Cas 8/10

C Commenti

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Cas (ha votato 8 questo disco) alle 21:51 del 30 dicembre 2011 ha scritto:

La capacità di assemblaggio dei Rubik è notevole: un processo creativo a tutto tondo che recupera frammenti di Yes, Sparks e Rundgren per dar vita a collage sonori ricchi ed enfatici, frutto di fusioni electro-pop à la MGMT/Everything Everything, psichedelia in stile Of Montreal, indie-pop di marca Phoenix, il tutto tenuto assieme da una perizia compositiva di stampo progressive e da una grande personalità nelle sistemazioni armoniche, nei giochi di riflessi, nelle ricche textures ritmiche, negli incastri melodici, nelle policromatiche giravolte sonore. Un ricco "pop da camera" fatto di falsetti e cori, arrangiamenti pomposi, un'elettronica di contorno, tecnicismi ben bilanciati con le spinte dada-arty ma di indubbia ricercatezza.

I lavori che mi sembrano più vicini a questo (anche per provenienza geografica) sono quelli dei Mew e degli Oh No Ono. btw, ottimo lavoro!