R Recensione

6/10

Saturday Looks Good To Me

Fill Up the Room

Diciamocelo onestamente: cosa possono ancora offrirci di nuovo i Saturday Looks Good To Me? A modesto parere di chi scrive quasi nulla, se non continuare a riproporre agli affezionati le loro divertenti e spensierate melodie. I nostri infatti da parecchi anni hanno fatta propria una formula non particolarmente impegnata ma non per questo non apprezzabile, che vede l’unione tra un indie-pop sbarazzino e scapigliato e una incrollabile fede lo-fi, a rendere inevitabile il paragone con l'affollato carrozzone Twee Pop.

Risalta a tratti una particolare affinità musicale elettiva con i blasonati Neutral Milk Hotel e sbrilluccicano senza tregua chiari riferimenti agli anni ’60, molto evidenti particolarmente in All Your Summer Songs (2003) e in Every Night (2004), zeppi di sonorità da spiaggia alla Beach Boys.

In questo loro ultimo album, Fill Up The Room, i nostri sembrano però abbandonare, anche se non completamente, questo tipo di influenze per dedicarsi maggiormente alla scena alternativa degli anni ’90: si hanno quindi undici canzoni in cui vengono a mancare gran parte degli arricchimenti vintage di un tempo e dove sono le chitarre a trionfare. Per un risultato che unisce al pregnante approccio twee-pop, una carica decisamente più rock.

Purtroppo però questo si rivela ben presto un punto debole, perché in un’epoca in cui di gruppi così ne è pieno, è necessario fare delle cose realmente originali per essere notati.

E l’originalità qui è proprio quello che manca…Sebbene tutti i pezzi siano senza dubbio piacevoli nella loro solarità e briosità, si tratta di cose già sentite, di “canzonette” che possono senza dubbio piacere sul piano soggettivo, ma non possono avere grande speranza a livello critico.

 La storia della musica è stracolma di brani leziosi come The Americans, Edison Girls e Hands in The Snow, tutte contraddistinte da ritmi finalizzati a far dondolare le teste degli ascoltatori, e ad imprimere sui loro volti sorrisi beati.

 Più apprezzabile è invece la prima parte dell’album, maggiormente ruvida e ingegnosa.

Da Apple, pezzo quasi blues e nel complesso ben strutturato e convincente, alla scanzonata (Even If You Die) In The Ocean, divertente anche se già sentita, fino alla bella When I Lose My Eyes, che supera in durata le altre tracce e che riesce ad essere il pezzo più originale dell’album: è qui che le influenze dei Neutral Milk appaiono più palesemente, grazie a quelle chitarre ruvide pronte a lanciarsi in sciolti accordi e in un batterista capace di dare il meglio di se.

Make A Plan, Peg e Money In The Afterlife costituiscono poi il lato più cantautorale e intimista del disco, con i loro ritmi leggermente instabili e le atmosfere rilassate.

 Whitey Hands è infine la traccia più “sperimentale” del lotto, se di sperimentazione si può parlare. Sta di fatto che in questo pezzo troviamo un maggior uso di elettronica e superiamo la struttura classica delle canzoni dei Saturday, per qualcosa che può assomigliare ad una fusione improbabile tra i Tunng e i Menomena.

 Arrivati al momento di dare un giudizio definitivo non possiamo non considerare il fatto che l’album risulti tutto sommato piacevole, suonando leggero e aggraziato; ma dobbiamo anche tener conto che si tratta di un lavoro fuori tempo massimo, incapace di aggiungere qualcosa di concreto alla musica del 2007.

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