R Recensione

7/10

Seabear

The Ghost That Carried Us Away

Il sole si alza delicato all’orizzonte, vincendo la nebbia mattutina e dissipando gentilmente l’oscurità.

Gli innumerevoli cristalli che formano il leggero manto di neve che ricopre il paesaggio iniziano a luccicare, e a sciogliersi, formando piccoli rivoli di acqua che gocciola dai tetti e dalle rocce. Presto l’atmosfera si fa nitida come non mai, non calda, ma solare, lucente, capace di rinvigorire le membra leggermente infreddolite con il suo sommesso tepore.

Siamo in Islanda, e questo The Ghost That Carried Us Away dei Seabear sembra proprio volerci introdurre attraverso una pigra e dolce mattinata d’inverno, la quale si fa ammirare ammiccante attraverso le tende appena discostate della nostra camera da letto.

I toni sono quelli di un folk rock dalla piacevolissima mitezza pop che prende spunto in ugual misura dai maestri (Dylan, Young) fino a trarre ispirazione da gruppi come i Wilco o i Belle and Sebastian.

Toni sommessi, graziosi, pacati, ornati dalla gentilezza garbata di chitarra, violino e poco altro.

Dodici acquerelli dai colori vivaci e dalle pennellate distese, caratterizzabili da una gioia che non è esplosione di felicità, ma rasserenante pace dei sensi.

Una contemplazione musicale compiaciuta e sbarazzina, dal potere magico di incantare e rilassare.

L’introduzione ha il solo scopo di definire l’umore dell’album, quello appena descritto, ed infatti lascia presto lo spazio per le canzoni vere e proprie.

Cat Piano, ballata distesa di piano, armonica e voce, arricchita da un delicato uso della chitarra, sembra essere la colonna sonora perfetta per i risvegli mattutini, per quello stropicciarsi gli occhi ansioso di acquistare velocemente la piena facoltà di vedere per incominciare la nuova giornata.

Ed ecco che con la successiva Libraries, la quotidianità ha inizio nel migliore dei modi.

Un brioso inno alle sensazioni più semplici, alla spensieratezza più innocente, tra coretti e ritmi veloci ma mai per niente nevrotici. Una ricerca melodiosa e intimamente virtuosistica volta ad una celebrazione sommessa e aggraziata di una joie de vivre timida ma incontenibile.

Si prosegue quindi tra folk ciondolanti (Hospital Bed, Arms), canzoncine armoniose e delicate (Hands Remember, I Sing I Swim), walzer a metà strada tra i Beirut e Benjy Ferree (Owl Waltz) e mille piccoli sorrisi e occhiolini musicali sempre sospesi tra una malinconia sognante ed una spensieratezza spontanea propria di un mondo che non ha niente da spartire con le metropoli nervose e frenetiche, ma che anzi si nutre di una comunione serena con la natura, parte integrante del proprio io.

Un album per niente indispensabile ma estremamente piacevole e aggraziato, leggero e umile, come ne sono usciti pochi quest anno.

Un invito a fermarsi un attimo e riscoprire la semplicità disarmante del mondo, e della musica.

Un invito, naturalmente, da cogliere al volo.

V Voti

Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 4 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
REBBY 8/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

gerogerigegege (ha votato 8 questo disco) alle 18:36 del 19 dicembre 2007 ha scritto:

grandissimo disco da inverno, il 2007 è stato sicuramente un anno proficuo ed interessante per la Morr, a dispetto dei riflettori critico-modaioli che sembrano aver perso interesse per l'indietronica. Meglio così.

Roberto Maniglio (ha votato 7 questo disco) alle 21:11 del 30 agosto 2009 ha scritto:

piacevole esordio