R Recensione

6/10

Stars

In Our Bedroom After the War

Raffinatezza, ecco la prima caratteristica che salta fuori ascoltando l’indie-pop degli Stars.

La seconda è la cura, con cui ogni canzone sembra essere stata attentamente cesellata: nulla è lasciato al caso in questo In Our Bedroom After The War, quarto lavoro del gruppo canadese. Pensandoci però, è forse proprio questa eccessiva meticolosità a impedire all’album in questione di convincere del tutto, rendendolo nettamente inferiore al precedente Set Yourself On Fire, più spontaneo e vitale.

La minuziosità che si cela dietro ogni pezzo dell’album finisce troppo spesso per conferire un’immagine stucchevole ed eccessivamente patinata a molti passaggi: a vari brani amabili presenti nel disco, dove un raffinato pop elettronico alla Air si sposa ad un delicato songwriting, ora affidato alla voce maschile, ora a quella femminile, fanno quindi contrasto pezzi fin troppo smaccatamente pop, se non completamente privi, comunque carenti di particolari pregi capaci di porre rimedio alla banalità e all’ostentazione di certe canzoni.

Dopo un’intro strumentale un po’ troppo pretenziosa ci apprestiamo ad ascoltare il disco.

The Night Starts Here abusa di un testo esageratamente scontato (The night starts here / The night starts here / Forget your name / Forget your fear…), di un pop-dance ingenuo e di arrangiamenti poco convincenti; a tratti apre quasi che i nostri Stars si stiano ispirando a Madonna (più che ai soliti Pet Shop Boys), in particolare a quella degli ultimi anni. Sullo stesso piano ci sono The Ghost Of Genova Heights, in bilico tra remake anni ’80 e elettro-pop commerciale alla Scissor Sisters, e Life 2: The Unhappy Ending, un tantino più apprezzabile delle altre per una struttura maggiormente solida e meno patinata.

Se ci si poteva anche divertire a dondolare la testa ai ritmi appena ascoltati, con Personal e Barricade si abbandonano quasi del tutto le sonorità elettroniche, per due brani che non si impegnano minimamente dal distaccarsi da quel pop malinconico e sdolcinato fatto di languide melodie e di struggenti note di pianoforte, in particolare Barricade, che interpreta malamente il lirismo Smithsiano degli anni ‘80.

Tuttavia, l’album si salva dal disastro grazie ai brani rimanenti, che riescono ad elevarsi al di sopra delle brutture fin qui descritte. Sfilano brani davvero piacevoli come Take Me To The Riot, Bitches In Tokyo e Today Will Be Better, I Swear, dove finalmente possiamo apprezzare un elettro-pop fatto come si deve, mai troppo ripetitivo ne banale.

Infine le vere chicche dell’album sono le tenere ballate affidate alla voce di Amy Millan, dove emerge un raffinatissimo songwriting sognante ed elaborato. Sono di questo calibro My Favorite Book, brano colorato e sbarazzino, dai vaghi accenni swing, Midnight Coward , dall’incedere veloce e coinvolgente, e la dolcissima Window Bird.

Sono questi canzoni a salvare l’album, facendoci dimenticare alcune evidenti e spiacevoli derive che purtroppo non possono non pesare sul bilancio complessivo: è da constatare calo di tensione rispetto agli album precedenti, cosa che, essendo gli Stars al quarto album, non è da considerarsi come promettente, ma neanche come singolare.

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 20:49 del 24 settembre 2007 ha scritto:

si disco carino ma nulla di imperdibile, today will be better I swear è stato il primo brano che ho ascoltato e sono rimasto favorevolmente impressionato, quasi psychpop piu che elettro, peccato che il resto del disco non tenga il passo. non conoscevo questi Stars, condivido le tue perplessità e la tua scelta dei brani migliori, forse tranne take me to the riot rovinata malamente nel chorus da distorsori fuori contesto, sembra quasi un contentino per gli amanti delle chitarre sbarabam))

vabe dai anche la intro...molto dejavu ma puo andare...