R Recensione

6/10

Stereolab

Chemical Chords

Un gruppo come gli Stereolab non ha bisogno di nessuna presentazione. Basti ricordare che entrarono con una forza spropositata negli anni ’90, marchiandoli letteralmente a fuoco e ritagliandosi un sicuro posto al caldo tra i grandi della musica del secondo ‘900. La loro forza stava in una geniale alternanza dialettica tra lo spirito avanguardistico, impregnato di kraut-rock, di Tim Gane e l’approccio pop anni ‘60 della chanteuse Laetitia Sadier. Tutta la loro carriera, a partire dal celebratissimo, e a ragione, Transient Random-Noise Burst With Announcements, passando per i meritevoli Mars Audiac Quintet e Emperor Tomato Ketchup, fino ai recenti lavori del 2000, ha sempre oscillato ora con genialità, ora con semplice grazia, da un estremo all’altro senza mai arenarsi su uno dei due.

Questo ultimo lavoro, Chemical Chords, sembra invece volersi distaccare dalla chimica musicale che rendeva tanto speciali gli album appena menzionati, tentando esplicitamente di far prevalere l’anima vintage-pop della Sadier, per un lavoro che mischia i tratti più easy listening di Emperor Tomato Ketchup con quelli degli ultimi lavori, donando un preciso baricentro alle ricerche degli ultimi anni, sospesi in un’aurea di incertezza riguardo alla direzione da intraprendere. Si viene ad accentuare in questo modo il pressoché totale abbandono di ogni sperimentalismo, come mostrano i 14 brani del disco: gonfi, zompettanti, incentrati su organetto, voce suadente, sentori lunge, vibrafono, ritmiche minimali e ricchi arrangiamenti per un pop senza dubbio di classe.

Neon Beanbang inaugura questo percorso giocando con un loop percussivo spezzato, un giocoso organetto che da vita ad un tappeto policromo su cui si sviluppa una melodia fluida e leggera, un’intelligente e incantata spensieratezza impugnata con decisione dal sinuoso timbro di Laetitia. Siamo così irrimediabilmente condotti per mano, dolcemente, in un’ ostinata ricerca di toni sempre più disimpegnati e puerili, come ci mostra la successiva Three Women, costruita su un semplice motivetto ripetitivo su cui si innestano gonfi fiati e un cantato rigorosamente in francese.

Il percorso è ancora lungo, ma le sorprese ad attenderci purtroppo non abbondano. Pezzi come The Ecstatic Static, Silver Sands, Self Portrait With Electric Brain, Cellulose Sunshine e Daisy Click Clack non fanno altro che ripetere il solito andante con brio, altamente cadenzato e contrappuntato ora dai rintocchi del vibrafono, ora dallo slancio dei fiati, ora da magniloquenti arrangiamenti. Solo Chemical Chords sarà in grado di dare ottimi risultati dall’unione di tutti questi elementi, per merito di un ritmo jazzy e di ottimi arrangiamenti in grado, nella loro piacevolissima tendenza ad infilarsi obliquamente negli spazi vuoti, di dar vita ad un grande pezzo pop, ispirato dalla scena Motown tanto cara ai nostri artisti. Troviamo tracce degli antichi fasti, sebbene ampiamente edulcorati, nella breve Valley Hi!, un elettro-pop esuberante e in Pop Molecule, forse la traccia più rovente dell’album, impegnata in un crescendo futurista e coinvolgente, memore delle antiche sonorità degli anni ’90.

Se non il loro lavoro peggiore, sicuramente neanche quello più meritevole. Chemical Chords si colloca così in una sorta di limbo, una comoda via di mezzo che lascerà indifferenti i più forse, ma servirà ai fan per aggiungere alla discografia degli Stereolab quello che è, ad oggi, il loro definitivo disco pop.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Disorder (ha votato 7 questo disco) alle 18:45 del 30 dicembre 2008 ha scritto:

recensione molto obiettiva,un bel disco pop a mio parere, di certo come dici tu, abituati ai precedenti lavori questo può far storcere il naso a un po' di gente...by the way...