R Recensione

8/10

The Curtains

Calamity

Gli anni ’60 sono andati da un pezzo, ma San Francisco ci crede ancora: Calamity è la dimostrazione che qualche seme la generazione dei figli dei fiori lo ha piantato e che qualcuno, ogni tanto, raccoglie.

È proprio l’anima pop più psichedelica e svampita quella che tira fuori Chris Cohen in questo quinto lavoro sotto la sigla The Curtains. Sono molte le sfaccettature, i passaggi sgangherati, gli inserti vocali (Fell On A Rock And Rock It), tromboni (Spinning Top) e altre diavolerie (Wysteria) che vengono fuori e che, probabilmente, non trovando spazio nel collettivo dei Deerhoof, si espandono perfettamente sulla superficie più ampia e dai contorni maggiormente sfumati (e personali) di Calamity. E così, come piccole favole lisergiche, (The Thousandt Face, Tornado Traveler’s Fear, Invisible Thing) queste canzoni trovano spontaneamente il proprio sentiero. Alcune senza dubbio più innovativamente pop (Go Lucky, Roscomare, Old Scott Rd.) si avvicinano a ciò che il collega di etichetta Sufjan Stevens orchestra abitualmente, anche grazie al lavoro di John Ringhofer , collaboratore qui anche di Cohen. Altre prendono strade più sporche e dissestate (Green Water, Calamity hanno un impatto quasi-garage) lasciando per terra un polverone che alzandosi ti fa scoprire di essere finito da tutt’altra parte.

Questo disco è insieme rassicurante e spiazzante, di facile ascolto e impegnativo, e si lega a chi ne fruisce in modi completamente diversi a seconda dei parametri di ascolto, regalandoci un’ampia gamma di sensazioni, apparentemente precarie e sfuggenti, che si rivelano in realtà il frutto di un lavoro ottimamente pensato e prodotto.

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