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R Recensione

8/10

The Decemberists

The Crane Wife

La quarta prova (in soli cinque anni) degli americani Decemberists è assieme una conferma e una svolta: se il genere di Colin Meloy e soci rimane un indie folk dalle coloriture vivacemente picaresche, qui si avvertono, contemporaneamente, alcune complicazioni concettose e alcune concessioni a un pop rock più addomesticabile. Ma poco c’entra il coincidente debutto per una major: a conti fatti il disco risulta più complesso e colto dei precedenti, soprattutto perché di autentico concept album si tratta. I dieci brani svolgono in musica la trama di una fiaba giapponese, con protagonista una gru che, salvata da un uomo, ne diventa moglie per riconoscenza, per poi fuggire una volta scoperta. Meloy, romanziere mancato, partorisce qualcosa a metà tra novella e disco, riuscendo ad evitare gli impaludamenti e i tempi morti che spesso (e malvolentieri per chi ascolta) caratterizzano i concept album: l’attenzione rivolta al “plot” non soverchia mai la cura per l’aspetto più propriamente musicale e melodico, neanche nei due blocchi epici del disco, ossia la seconda e la nona traccia, che superano entrambe i dieci minuti (in realtà sono vere e proprie somme di singoli pezzi che ben si armonizzano e collegano tra loro, come paragrafi che vanno a formare i capitoli di un libro).

Si diceva di novità stilistiche e sonore: rispetto ai dischi precedenti spuntano senz’altro più chitarre elettriche, che vanno a sostituire le fisarmoniche del passato, con effetti più o meno felici (quest’ultimo è il caso di un pezzo troppo fuori sacco e ruvido come “When The War Came”); le basi si fanno più pop, come in “O Valencia!” e “The Perfect Crime 2”, dove i riff anni settanta di elettrica e le sfumature funky di basso e organo creano un clima alquanto sciolto e ballabile, inedito per i cinque di Portland; altrove Meloy rispolvera sfumature un po’ alla R.e.m., come ai tempi dei Tarkio; in altri momenti, specie in alcuni passaggi delle due tracce-collage, si assiste persino a qualche deragliamento in territorio psichedelico, o in zone zingaresche che, come in “The Landlord’s Daughter”, richiamano assurdamente all’orecchio certo nostro cantautorato ligure. E poi c’è la continuità: la voce angolosa e nasale di Meloy, i passaggi più folk e menestrellanti (con Okkervil River sullo sfondo), l’alternanza di pezzi da taverna e ballate acustiche un po’ ubriache e barcollanti (come “Shankill Butchers” e “You’ll Not Feel The Drowning”, tra le cose migliori), i brani in crescendo tra arpeggi, organi e cori.

Tutto sommato non si assiste a nessuna eretica deviazione né tanto meno a palinodie pericolosamente ammiccanti al mainstream indie rock: il cambiamento di rotta, per una band così marinaresca e piratesca come i Decemberists, non può che essere salutare, anche perché i mari già largamente navigati nei dischi precedenti rischiavano di rivelare insidiose secche. Le variazioni, eclettiche e orientate in direzioni impreviste e non univoche, possono magari ostentare una rischiosa incertezza, rivelare un’insospettata natura anfibia della band, tra una nicchia folkloristica e l’indie più masticato, tra antico e moderno, tra color seppia e technicolor, ma senza nuocere affatto all’esito complessivo.

L’impressione finale è che l’esplorazione di Meloy e Co., lo sbarco dal vascello sulla terraferma, sia in gran parte riuscito, come dimostrano ottimi pezzi come “Summersong” o “Yankee Bayonet”, all’altezza dei Decemberists più gagliardi, in linea con le proprie sonorità e ben aggiornati, senza snaturamenti o furbizie. Il lavoro, pur con piccole crepe, è tra i più felici dell’anno nel suo genere; solo un po’ troppo eterogeneo e slogato, tanto da far godere, dall’albero maestro, di un orizzonte talmente vasto da provocare le vertigini.

V Voti

Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 11 voti.
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Tizio 9/10
salvatore 6,5/10
ThirdEye 8,5/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 11:19 del 19 agosto 2007 ha scritto:

Bello, ma...

Ho avuto come l'impressione che Meloy e combriccola si siano seduti un po' sugli allori. Non c'è quasi più la freschezza compositiva di "Castaway And Cutouts" -che per me rimane il loro migliore- e a tratti è scomparsa anche la ricchezza sonora che marchiava "Picaresque". Alla luce dei fatti, bell'album ma, per chi li conosceva da tempo e aveva i loro trascorsi, lascia un po' l'amaro in bocca. Recensione impeccabile, come al solito: Francesco, ti consiglio di procurarti anche il loro EP, "The Tain", del 2004...

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 22:16 del 16 febbraio 2009 ha scritto:

Il commento qui sopra è l'ennesima riprova che di musica non ne capisco una beata cazza. Qualche episodio sottotono effettivamente c'è ("When The War Came" è effettivamente troppo fuori luogo), ma da altri fronti ci sono momenti meravigliosi, come l'arpeggiato di "The Landlord's Daughter", prog-folk di altissimo livello con più di un rimando ai Jethro Tull di "Songs From The Wood", o anche l'apertura, o ancora il duetto con Laura Veirs in "Yankee Bayonet" (testo da supercazzola prematurata a sinistra con scappellamento a destra), che valgono ampiamente l'ascolto. Aggiungete mezza stella alla mia votazione iniziale. Il nuovo "Hazards Of Love", almeno dalle anteprime che ho sentito, mi sembra anche più bello.

Roberto Maniglio (ha votato 7 questo disco) alle 1:16 del 26 agosto 2009 ha scritto:

Da altre parti il disco è stato criticato, ma io lo trovo abbastanza valido

bargeld (ha votato 8 questo disco) alle 14:00 del 26 agosto 2009 ha scritto:

A me è piaciuto tanto davvero. Più dei precedenti! Il trittico al numero 2 lo trovo ridondante, calcolato, macchinoso... ma quanto bello. Proprio col cuore.

Tizio (ha votato 9 questo disco) alle 17:36 del 24 aprile 2010 ha scritto:

Disco meraviglioso. Col cuore davvero.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 12:47 del 19 settembre 2011 ha scritto:

Sogno o son desto?! Prog fuori stagione!!

Musica da terzo millennio con proiezione di diapositive di un passato glorioso e ancora abbarbicato al cuore di moltissimi “ed io con loro” … atmosfere che ti cullano come l’altalena di corda e tavoletta fissata all’albero di ciliegio. La spruzzata concept (Come&See/The Landlord’s Daugther/You’ll Not Feel The Drowing) di progTull è da piacevole stordimento e fa sospettare seriamente che la mamma di questo Meloy abbia conosciuto biblicamente il traverso di Ian!!?

Recensione***** aderente come il cellophane del disco che racchiude … thanks Targhetta, con il tuo nullaosta, ti metto nella mia toprecebacheca e in buona compagnia.!!

ThirdEye (ha votato 8,5 questo disco) alle 19:13 del 27 giugno 2013 ha scritto:

Il loro album che preferisco. Davvero bello. Pop barocco e "progressivo" di alta qualità.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 15:26 del 28 giugno 2013 ha scritto:

... @ThirdEye ... come la penso come te! ... io abito sotto di te ... puoi confrontare l'avatar rossoesclamativo e da oggi mi sa che mi faccio pure il terzo occhio! ... complimenti per la scelta! ... parlami pure dei Fanfarlo, se ti va.

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 10:20 del 20 gennaio 2017 ha scritto:

... con un po' di ritardo ma occasione validissima e vera leccornia per gli amanti del vinile ... la voce inconfondibile di Meloy in un indie "raccontato" ... fortunato chi non lo ha ancora ascoltato! ... fa pure rima ...

baronedeki (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:55 del 20 gennaio 2017 ha scritto:

Buon album ma inferiore ai predecessori per la prima volta trovo pezzi deboli e fuori contesto in un loro album .

Giuseppe Ienopoli (ha votato 9 questo disco) alle 13:10 del 21 gennaio 2017 ha scritto:

@barone+deki ... saluto anche i dogs!

Rispetto la tua opinione "pezzi deboli e fuori contesto", anche se non ho bene inteso il fuoricontesto, e ti faccio notare che se qualcuno ha deciso di celebrare il decimo anniversario del disco in questione con una edizione speciale e di prestigio, che ha pure un suo costo per i fortunati estimatori più incalliti, ci sarà un perchè ... dovrebbe essere pure la prima volta che questo avviene e allora se ne deduce che The Crane Wife si accredita una "onoreficenza" particolare all'interno della loro discografia ... non ti pare?

Personalmente appartengo a quella scuola di pensiero che mi porta ad apprezzare senza alcuna discriminazione l'intera produzione del gruppo che ritengo valido e che rientra fra i miei preferiti ... un po' come i figli per il genitore "so' tutti piezz 'e core" ... lol ... ben venga se uno di loro darà più soddisfazioni degli altri.

Comunque i Decemberists fanno ottima musica e The Crane per certi versi forse rappresenta un tentativo di ricerca musicale e di nuove sonorità ... il che non guasta.

P.S. ... ti allego un pezzo tratto da What A Terrible World, What A Beautiful World che non sarà "la Yesterday" dei Nostri ma che io trovo veramente deliziosa ... i meccanismi del nostro sentir musica "non disputandum sunt" ed io delego volentieri ai recensori il compito di fare le pagelle e di trovare gli otto particolari di differenza con il disco precedente ... è meno faticoso ed io sono un pigro sudista.

baronedeki (ha votato 7,5 questo disco) alle 17:08 del 21 gennaio 2017 ha scritto:

Anche a me piacciono i Decemberist e tanto. Sono uno dei pochi che compra ancora dischi e di loro li ho tutti fino Hazards of Love

EP compresi . Qualche pezzo debole c'è ma sono solamente i miei gusti personali . E poi ho dato 7,5 non potevo dare di più dei

precedenti Album. Five Songs 8 Castaway 9 Her M. 8 Picaresque 9

The Tain 8,5 Crane 7,5 ultimo album di alto livello dei Decemberist

. Grazie per il saluto ai miei due cani Barone e Deki.