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R Recensione

6,5/10

The Drums

Encyclopedia

Di Brooklyn, i Drums, con un debutto da quartetto ad inizio decennio che, per molti, fu infelice tentativo di riscrivere per dodici volte il loro primo successo (“I Felt Stupid”, dall’EP Summertime!” del 2009 - cit. Targhetta), per altri ottimo esempio di retromaniaco e catchy surf pop dai contorni new wave.

L’esposizione risulterà ampia (l'8 di NME aiuterà, in questo senso), trascinata soprattutto da una (brillante) “Let’s Go Surfing” tormentone pubblicitario, ma anche da quella ostinata ricerca di nuove sensazioni, tutta inglese, che li porrà sotto una luce particolare soprattutto in Europa.

Nel 2011 la band si fa terzetto (lascia Adam Kessler), dando alle stampe “Portamento”, tra le punte di diamante della stagione indie pop 2011.

Un disco oltremodo derivativo, sì, che proponeva una versione moderna e semplificata del melodismo smithsiano e, più in generale, ‘80s. E  proprio come nell’esordio, anche “Portamento” strutturava le sue composizioni sull’uso delle chitarre, però con (eccellenti) eccezioni elettroniche, legate come le prime a ritmiche e vibrazioni wave. Nel contesto di una grande mela in chiaro scuro, malinconicamente ripiegata dentro quattro pareti, pareti in cui si raccontano, attraverso giri di chitarra (composti, con tutta probabilità, contemplando un santino di Jhonny Marr) di disarmante bellezza e semplicità (si prenda “Days”, o “How It Ended”, o “Money”), storie finite e giorni che passano un po’ così, in solitaria, con le certezze del passato abbandonate - la religione, ad esempio: “Book of Revelation”.

La gestalt suggeriva un tentativo da parte di Jonathan Pierce and co. di spingersi verso soluzioni più mature, non scordando la spiaggia ma sperimentando maggiormente, tra i bei cromatismi sparsi, con certe gradazioni plumbee (le gelide “Searching of Heaven”, “Blue Stripes”, “In The Cold”) e sottraendo l’inutile negli arrangiamenti – senza però perdere in compattezza, condizione necessaria per la loro esistenza.

Da un nuovo disco dei Drums, oggi non più trio bensì duo (l’abbandono del batterista, Connor Hanwick), ci si attendeva un ulteriore perfezionamento del percorso intrapreso. A dirla tutta, ci si aspettava, senza rinnegare l’estetica, un portamento, nel senso di passaggio qualitativo ulteriore; perché no, il loro capolavoro.

Cosa che “Encyclopedia” non è. Più che coerente avanzamento, scalata esoterica verso altre vette. La scelta obbligata di ridurre a due i membri della band ha portato ad un sound più diretto, ma plasmato da una direzione artistica appesantita da suoni acidi (fuzz), sferraglianti, in alcuni momenti abrasivi.

Un essere ancor più diretti che, in alcuni episodi, i Drums manifestato con un’irruenza certo non sconosciuta a Pierce e a Graham (in senso surf, si intende; surf che in questo disco si palesa schietto solo nell'ottima “Kiss Me Again”), ma mai così tetra e post punk come oggi (“Magic Mountain”: rock distorto e martellante, horror pop nel bridge, gran giro - spirale di surf ultra trattato in senso post punk ; “Let Me”; “Face of God”: basso e chitarra ostinata, art pop sci-fi).

Il synth pop, si diceva. Che in “ Encyclopedia” si fa cromatico, magico come la montagna (la parte più sacra del sé individuale, "Magic Mountain", e interpersonale, "I Can't Pretend") che cantano, sia preso a sé stante ("Wild Geese", capolavoro di dettagli: folate avvolgenti delle tastiere, i lustrini, i fischiettii, le cascate di suoni digitali; "I Can't Pretend", apice del disco) sia a supporto delle parti di chitarra (nell'unica ballata del lotto: "I Hope Time Doesn't Change Him"), ma che in alcuni episodi mantiene il tratto gelido sentito in "Portamento" - il theme “Bell Laboratories". E quando è incastonata in moti post punk, questa idea electro, come ad esempio accade in "There is Nothing Left", si tende comunque alla resa sfacciatamente pop

Già ad un primo ascolto è chiaro come i Drums abbiano abbandonato il corso estetico del sophomore, e il suo labor limae, anche a favore dell'introduzione di soluzioni compositive inedite per loro: si prenda l'andamento '50sGirls (o meglio, il Christopher Owen solista) di “U.S. National Park” (a detta di Jacob Graham la migliore composizione di “Encyclopedia": chi scrive la trova orribile); o la ballata singalong “Break My Heart”, che proprio non convincono - così come, in media, la già citate "Let Me" e "Bell Laboratories" e il verso ai Violens di "Deep In My Heart". Soluzioni inedite che se da un lato abbassano il livello qualitativo del disco, dall'altro frammentano l'integrità di un disco che tenta tra vari percorsi senza mai portarne a conclusione uno.

Resta, "Encyclopedia", disco con alcune composizioni sopra la media, tonfi clamorosi, dalla gestalt che conferma come questa non debba essere la vera veste dei newyorkesi. Più sei e mezzo che sette: per tendere al capolavoro, che si riparta da ciò che rappresentava "Portamento".

V Voti

Voto degli utenti: 5,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Cas alle 13:32 del 21 ottobre 2014 ha scritto:

mi sembra un lavoro decisamente sottotono, considerando il passato della band. bell'inquadramento (come al solito), Mauro!

target (ha votato 5,5 questo disco) alle 20:50 del 21 ottobre 2014 ha scritto:

Sottoscrivo il sottotono.

Cas alle 19:32 del 19 agosto 2017 ha scritto:

mi rimangio la parola: a livello sonoro il loro lavoro più stimolante...