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R Recensione

7/10

The Drums

Portamento

I Drums sono un lampante fenomeno di costume. La cura verso lo stile è maniacale, costringendoci a riesumare un approccio sottoculturale caro ai decenni passati. Si parla in questo caso di hipsters, di hipsters da spiaggia. Hipsters da spiaggia in salsa indie, ecco.

Elenchiamo gli ingredienti: un'impeccabile attenzione alla forma (il look della band è curato nel dettaglio, dal taglio di capelli, alla marca delle scarpe, alla maniera di portare i pantaloni a sigaretta con calzini bianchi in vista...) unita alle pose spensierate e leggere dell'indie, il tutto mescolato alle sonorità surf-pop che caratterizzano da sempre il gruppo newyorkese (Let's Go Surfing: un manifesto di lifestyle).

 

Però c'è qualcosa di più, qualcosa che la naïveté modaiola (tanto cittadina, pensandoci) da sola non riesce ad esaurire. I Drums sembrano aver affinato il sound nel tentativo di smentire le prime impressioni di band “usa e getta”. Le ambizioni si sono fatte più complesse e diversificate e il nuovo lavoro di Jonathan Pierce e soci evolve verso una scrittura più raffinata e verso un senso compositivo maggiormente coeso e personale.

 

Lo si capisce grazie a trame melodiche dove la cura è maggiormente rivolta agli intrecci armonici (coretti, immissioni elettroniche, fraseggi chitarristici, tutti elementi gravitanti attorno ad un nucleo di schietta immediatezza espressiva) e ad un mood un po' meno solare di quelli degli esordi. Book of Revelations esprime perfettamente la maturazione artistica del gruppo, mettendo in risalto gli elementi sopra esposti, oltre ad un songwriting dai piacevoli rivolgimenti morriseyiani (“and I believe/ that when we die we die/ so let me love you tonight”). Da qui in avanti la capacità di incasellare un potenziale singolo dopo l'altro è notevole: la malinconica e ciondolante ballata da spiaggia Days, l'incalzante What You Were, col suo policromatico senso della melodia e della composizione, lo splendido singolo Money, una sorta di Let's Go Surfing dotata di inarrestabili pulsioni smithsiane tanto nelle liriche (“I want to buy you something / but I don't have any money”) che nel ricercato mood sonoro, l'elettronica giocosa di Hard to Love e il classico pezzo indie-pop grondante umori adolescenziali di I Don't Know How To Love, dove traspare (ma non solo qui) la lezione dei Wild Nothing. Sullo stesso incedere sospirante troviamo ancora brani riusciti come If He Likes It Let Him Do It e How It Ended, interposti tra brani innocui (In the Cold) e altri invece mancati (l'elettronica fuori luogo di Searching for Heaven, i tentativi di ripetere hook melodici già sentiti in Please Don't Leave).

 

Una seconda metà dell'album in leggero sottotono, ma incapace di affossare un album che nel complesso regge e convince. Le tonalità si fanno più autunnali, maggiormente screziate, con un aumento vistoso dei chiaro-scuri. La maturazione è evidente, anche se non sembra che la band abbia del tutto trovato un suo vero e proprio equilibrio, a causa di alcune asperità che speriamo essere di percorso. Un lavoro soddisfacente quindi, lo ribadiamo: ci sono i pezzi, c'è una buona atmosfera, ci sono le idee. Adesso aspettiamo la definitiva consacrazione.

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Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 8 voti.
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C Commenti

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Filippo Maradei (ha votato 8 questo disco) alle 0:39 del 26 settembre 2011 ha scritto:

Labor limae e toni più raccolti in questa seconda prova; c'è molto più equilibrio melodico, più cura negli arrangiamenti (perfette per incastro le linee di basso elettrico di "I Don't Know How To Love", godereccio al massimo l'arpeggio chitarristico di "In The Cold"), ma soprattutto un sontuoso synth a conquistare nel mezzo, coi suoi controtempi, i battiti secchi (secchissimi!), e gli slanci in furor di '80 ("If He Likes It Let Him Do It" e quel climax ascendente tremulo... spettacolo). Non parliamo poi della prima parte del disco, una fabbrica di hit squarcia-cassetta (massì, tanto ormai siamo decisamente tornati agli Smiths!) che sancisce in pieno la maturazione del gruppo (solo tra "Book of Revelation", "What You Were" e "Money" c'è l'imbarazzo della scelta). D'accordo su tutto della tua bellissima rece, Matte', a parte "In The Cold" mon amour.

Filippo Maradei (ha votato 8 questo disco) alle 0:39 del 26 settembre 2011 ha scritto:

... e il votino, certo.

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 6:45 del 26 settembre 2011 ha scritto:

anche nelle recensioni l inferiorità del nostro popolo

Ci tocca sorbire....ci ridono dietro gia abbastanza, limitandoci di discutere solo di musica evitiando ulteriori imbarazzi....

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 6:46 del 26 settembre 2011 ha scritto:

Evitiamo....ops

Giuseppe Ienopoli (ha votato 6 questo disco) alle 18:05 del 26 settembre 2011 ha scritto:

Ottima resa acustica!

… nei giudizi è un particolare che viene trascurato … la qualità dell’incisione che per me è fondamentale: questo disco è registrato in maniera favolosa, in cuffia è un massaggio cerebrale e sembra di vedere i neuroni sculettare in sintonia perfetta e con “portamento” impeccabile (!).

Days - What You Where – Money – I Don’t Know To Love … il mio EP di preferenza for relax … di inquietante c’è solo la cover … chi me la spiega?

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 20:37 del 26 settembre 2011 ha scritto:

Ops...scusami cas...

(Ho fatto un commento mongolo...cioè la sto prendendo brutta sta situazione politico sociale che qualsiasi commento anche sul look o taglio di capelli di chi vive in paesi fuori dal nostro guscio vuoto mi rende sgorbutico...qui , mio parere, dobbiamo solo tremare, perché la situazione e' grave)

Cas, autore, alle 20:49 del 26 settembre 2011 ha scritto:

RE: Ops...scusami cas...

Guarda, credo che nella musica pop la componente fenomenologica (il look) sia un elemento importantissimo. Almeno, lo è dagli anni '50. Da allora le sottoculture giovanili non sono solo legate alla musica ascoltata, ma anche da tutti gli elementi legati al "lifestyle", inteso come un organico modo di vita, un complesso sistema simbolico (comprensivo di abitudini, modi di dire, convinzioni, abiti) legato all'appartenenza (o alla critica) sociale.

Per questo credo che parlare dei Drums senza citare il loro modo di presentarsi al pubblico sarebbe disonesto e incompleto. E intendiamoci, non ho nessun pregiudizio in merito, non era mia volontà criticare il look modaiolo della band, anzi! I Drums sono anche il modo di vestire dei Drums, senza che la cosa, con '50 anni di cultural studies alle spalle, appaia "immorale" o deprecabile"

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 20:55 del 26 settembre 2011 ha scritto:

Si vede che ho letto la recensione alle 6.30?

Azz...

Cas, autore, alle 21:00 del 26 settembre 2011 ha scritto:

RE: Si vede che ho letto la recensione alle 6.30?

ihih, no problema tramb in realtà hai fatto bene a porre la questione. il rischio di sembrare uno snob con la mia intro era concreto. così ho chiarito le cose e mi sono anche fatto un ripassino mentale della mia tesi sulle subculture

target (ha votato 7 questo disco) alle 10:46 del 27 settembre 2011 ha scritto:

Pure per me "In the cold" canzone dell'inverno prossimo venturo, forse la mia preferita del lotto, anche se è vero che è la prima parte del disco a sparare i colpi più memorabili. Grande crescita rispetto all'esordio: possono diventare una delle band più esemplificative della 'retromania' di questi anni, dimostrando comunque che non tutte le belle canzoni sono già state scritte. Bravo il Cas subcultore!

REBBY alle 9:06 del 28 settembre 2011 ha scritto:

Concordo sul fatto che sia meglio del precedente, ma continuo a sentire nessuna somiglianza cogli Smiths. Secondo me semmai prendono spunto dalla new wave più leggera, disimpegnata, modaiola e danzereccia. Sui testi non so, non voglio metter becco, ma la struttura delle loro canzoni si fonda quasi sempre su un giro di basso o su una progressione di chitarra suonata col plettro quasi come un basso, non sugli intrecci chitarristici alla Marr. Le voci di Pierce e Morrisey inoltre mi sembrano davvero molto diverse. Gli Smiths erano britannici sino al midollo, questi sono americani doc, come i Vampire weekend o i Beach boys di Babababarbarann! Per quanto riguarda gli aspetti formali e di immagine delle band difficilmente potrebbe esserci più distacco. La mia hit è What you were.

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 9:29 del 28 settembre 2011 ha scritto:

La mia : If He Likes It Let Him Do It

Per me sembrano la fusione tra Park life e unkonw pleausure....alla lontana..

tramblogy (ha votato 8 questo disco) alle 11:56 del 6 novembre 2011 ha scritto:

Che snobbata...troppo bello!

hiperwlt (ha votato 7 questo disco) alle 13:31 del 8 dicembre 2011 ha scritto:

surf-pop con le sue pose e i suoi umori: un po' neri, qualche volta avvolti da malinconie e rassegnazione (le liriche); altri più gioiosi, ma con certa misura (il labor limae del Fil, anche in questo senso). il disco è infarcito di melodie (smiths, interpol, non solo) da presa istantanea, armonie tra le parti ben calibrate (dice benissimo Matteo, a partire da quelle vocali); gli arrangiamenti riescono a trasmettere frenesia con semplicità (le chitarre), e le tastiere (new order; "hard to love") riempiono, e non sempre come mero decoro. il basso, poi, è ultra-espressivo ( a più riprese, interpol), spesso e volentieri al posto giusto. l'impressione è che il tutto funzioni, che le parti si leghino tra loro con equilibrio (meglio, onestamente, la prima parte); ma anche che 'sti drums abbiano ancora un potenziale 'importante' da poter esprimere in futuro - già evidente qui, grazie anche al cambio di line-up e di ruoli. netto passo avanti rispetto all'esordio ("i dont' know how to love", "what you were", "book of revelation" sulle altre): plausi sinceri a Matteo!