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R Recensione

7/10

The School

Reading Too Much Into Things Like Everything

I più bravi a suonare twee pop oggi, e già lo si era intuito dopo lo splendido esordio di due anni fa (“Loveless Unbeliever”), sono questi gallesi semplicemente chiamati The School e capitanati dalla bionda Liz Hunt. Perché? Per le uniche due ragioni possibili: scrivono melodie perfette e arrangiano i pezzi da dio. E questa recensione potrebbe pure finire qua.

Se non fosse che “Reading too much into things like everything” chiede di essere lodato con enfasi ben maggiore. Rispetto al debutto a essere più ragionata è la scaletta, che mette in successione i pezzi in modo impeccabile, senza che l’alternanza di ritmi infici la coesione complessiva e senza che rimangano zone del disco (magari in fondo, come spesso succede per lavori di questo tipo) un po’ appesantite dalla ripetizione o da cali di scrittura. E invece tutto luccica, qua. Secondo i canoni del genere: glockenspiel, organi, tamburelli, hand-claps, chitarre jangle sullo sfondo, una voce solare con il gusto per le linee da ricordare subito, ritmi scanzonanti tra le cui maglie ogni tanto si infila la cadenza malinconica.

Dove Camera Obscura e Allo Darlin’ costruiscono canzoni un po’ più strutturate, gli School filano dritti, superando raramente i due minuti, ma senza rinunciare a ricami strumentali variegati: tromba e flauto fanno incursione in “Where Does Your Heart Belong?”, gli archi accompagnano nell'intermezzo l’eccellente “Some Day My Heart Will Beat Again”, altri fiati cullano i sixties alla Ronettes di “Stop That Boy!”, mentre un piano molto Abba teatralizza Baby Won’t You Stay With Me Tonight?”.

L’indie pop degli School, tra tutti, rimane il più naïf, quello da cameretta adolescenziale, quaderni colorati, capricci sentimentali da scuole medie (“That Boy Is Mine”), romanticherie estive sfacciate (“It’s Not The Same”), baci rubati dietro il padiglione della sagra. Rimane, in un certo senso, quello con meno veli addosso. Il che, se a volte può portare a qualche eccesso di macchiettismo (“The Grass Is Always Greener On The Other Side”), è quanto per lo più li rende spudoratamente irresistibili. Sicché da culto indie pop per festicciole con marshmallows e camomilla, gli School possono diventare una band che, nel genere, fa 'scuola' davvero.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 11:53 del 29 maggio 2012 ha scritto:

Incantevole (oddio quanto zucchero ultimamente )! Così spudoratamente twee che l'ascolto comporta quasi un senso di imbarazzo... Io lo preferisco anche all'esordio. Questi riferimenti ai primi '60 e ai girl groups di quegli anni (per dire, quell' oh oh alla fine di "The green..." o quell' uh uh all'inizio di "Some day my heart..." - che è il mio brano preferito dell'album, ma anche "stop that boy" non scherza - sono spettacolari!). Verissima quella cosa del pianoforte ABBA in "baby won't...", Fra'! Così dopo i Sambassadeur - che li omaggiavano esplicitamente in "Albatross" e altrove -, recupero ABBA, attraverso filtro (alibi?) Cardigans, anche in Galles. ERA ORA!!! Col suo "gemello diverso" degli Allo Darlin', il più bell'album indie pop uscito fino ad ora. Mi prendo ancora un po' di tempo per scegliere il mio preferito...

target, autore, alle 12:13 del 29 maggio 2012 ha scritto:

Non so se preferirlo al loro primo, io: per ora stanno alla pari. Certo, l'altro ha un pezzo come "I want you back", il cui ritornello è praticamente un monumento alla melodia perfetta. Ma anche qua c'è gran bella roba. Bella Salvo: quest'anno sguazziamo nell'indie pop at its best (e il nuovo Sambassadeur pare sia alle porte: il sito Labrador dice agosto per il singolo).