The xx
XX
Si vestono sempre di nero, non sorridono mai, fanno parlare di sé le riviste britanniche ancor prima di pubblicare un disco, appena lo pubblicano NME li mette nella classifica dei 50 nomi di giovani artisti/tecnologie/cosevarie con il futuro più brillante davanti a sé, cantano solo d’amore con frequenti ammicchi erotici, nel loro ultimo video personificano l’estetica indie DIY come solo una maglietta a righe con una toppa della Converse appiccicata potrebbe fare, sfoggiano i loro vent’anni nel nome e nel titolo del disco, come fossero un biglietto da visita. Eppure non c’è pregiudizio che tenga: hanno fatto (e autoprodotto) l’album più cool dell’estate e l’autunno può solo incoronarli.
Vent’anni ora significa essere cresciuti con la musica R&B alla radio, ritoccata poi, ad adolescenza raggiunta, da un ripescaggio tra i dischi post-punk dei genitori. L’impasto è unico, anche perché mai si era sentito impasto più minimale, se si considera che la gioventù colossale dei Young Marble Giants – senz’altro la band a cui è più naturale accostare gli xx – fondava daccapo piuttosto che amalgamare tendenze note. Il suono spogliato di questo “xx”, in cui ogni nota superflua è stata eliminata, ha la peculiarità di nascere da ciò che di più nudo gli anni ’78-’81 e ’99-’04 potessero fornire: da una parte i primi glaciali Cure, dall’altra l’Aaliyah timbaland-iana, di cui gli xx hanno ripreso un brano (“Hot Like Fire”) contenuto come bonus-track nell’edizione inglese dell’album.
L’elemento pop, in tale asciugamento di fonti già di per sé secchissime, finisce per prevalere, ma si sente che l’esito easy-listening finale nasce da attriti nuovi e da fonti pressoché liquefatte. Da ciò l'impressione di nuovo che dà questo disco. Mentre le chitarre intrecciano sequenze di note semplici e scure, senza mai allargarsi alla pienezza di un accordo (“Infinity” fa eccezione), e ricreando perciò gli echi cavernosi della new wave più scheletrica, il basso e la drum machine (batterista non datur) ricreano ritmi da club, sincopano e lanciano passaggi funk o dance (“Basic Space”), vorticando qua e là i pezzi verso assurdi ibridi che vivono subito di una gelosa e introversa vita propria. “Infinity” e “Night Time”, in questa serie di vibrazioni notturne scavate nel silenzio, risultano i momenti più riusciti: la prima inizia con l’eterea sensualità di una “Wicked Game” (Chris Isaak) fin quando, dopo i tre minuti, la chitarra mima un movimento trance e il beat si alza a livelli sempre più alti tra i vocalizzi di Oliver Sim e Romy Madley Croft; la seconda, costruita su un ombroso refrain strumentale, è di fatto un pezzo dance prosciugato e adattato al chill-out (il beat entra solo ai due minuti), con la chitarra che nelle strofe simula una progressione di synth tipica di certa techno anni ‘90 (e forse trattasi di citazione di un pezzo breakbeat di culto del 1992, “The Green Man” degli Shut Up And Dance, Rum & Black remix).
Queste reminiscenze R&B/dance, tuttavia, vengono ovattate dagli xx, finché non ne rimangono poco più che il gesto e l’intenzione. Perciò il disco vive di un’aura intimista e crepuscolare: è musica da cameretta, meglio se a luci spente, o tutt’al più da piccolo locale, ma quando ormai è giorno fatto e la pista è vuota. Le voci di Sim e Croft, amici sin dall’infanzia, si allacciano in continuazione, combaciando perfettamente nello stile scazzato e conversevole, con l’effetto di trasmettere il loro tepore confidenziale a chi ascolta in una sorta di cameratismo contagioso. I dialoghi vocali intessono melodie elementari ma spiazzanti per la loro spinta a farsi ri-sentire, tanto che il loop dei pezzi più brevi e memorizzabili (“VCR”, “Crystalised”, “Islands”) non fa altro che incantare, come l’asciuttezza davvero à la Young Marble Giants di una “Shelter”, tutta nella voce gentile della Croft (tale e quale, per chi ricorda certo trip-hop minore inglese, a quella di Ruth-Ann Boyle degli Olive).
Inutile dire: facile. Inutile dire che “Heart Skipped A Beat”, altra chicca pop, è costruita attorno un giro chiasmico di tre-note-tre (e lo esibisce, anziché nasconderlo dietro una produzione elefantiaca). Inutile dire che le next big things inglesi sono tutte patacche. Ogni tanto spunta la perla.
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