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R Recensione

7/10

Ducktails

The Flower Lane

Dal fondale mnestico di bozzetti psych folk (su registro lo-fi) riemerge, notizia lietissima, Matt Mondanile.

The Flower Lane”: quale approdo alla maturità stilistica del progetto Ducktails? O continuazione e perfezionamento delle strutture inaugurate da “Arcade Dynamics” - ossia, maggior compiutezza pop ad arricchire schizzi di melodia lisergica, all’osso? Questo ci si è chiesto in attesa di un ascolto completo. 

Un’attesa carica di speranze: ché il sophomore dei Real Estate (“Days”: capolavoro indie psych-folk del 2011) ha messo in luce, tra le altre cose, anche e soprattutto il potenziale espressivo di un Mondanile sì (co)protagonista assoluto, ma ad ogni modo stretto nei limiti delle trame jangle pop elaborate dagli altri interpreti del collettivo statunitense (Martin Courtney, Alex Beeker). Che anche il progetto Ducktails possa funzionare, ad un livello qualitativamente superiore, in una dimensione allargata? Un altro quesito dal quale tenteremo di trarre alcune considerazioni.

Ancorandoci all’oggi, gli elementi più innovativi del nuovo corso (per Domino) provengono, principalmente, dalle collaborazioni (mirate, a detta dello stesso) con una nutrita schiera di artisti americani - del circondario indie something. Si prenda, a tal riguardo, l’apporto di synth creativo di Oneohtrix Point Never (totale libertà da parte di Lopatin in un primo momento; tagli e selezione certosina di Mondanile in fase di produzione) su “Sedan Magic”, il basso di Joel Ford, così come le parti scritte per la vocalist dei Cults, Madeline Follin (ancora "Sedan Magic") e per Jessa Farkas (dei Future Shuttle) e Ian Drennan (Big Troubles). In tutto ciò possiamo cogliere un disegno abbastanza preciso: Matt Mondanile, mantenendo pur salda la sua posizione di leader autopoietico, ha (definitivamente?) rotto il guscio della dimensione intima, declinando buona parte dell’estro all’esterno, con l’obiettivo di ampliare notevolmente le coordinate estetiche del genere. Quindi: l’utilizzo della strumentazione elettronica, il disimpegno da un approccio psych folk DIY radicale (con, ora, conseguente stratificazione delle partiture), e ancora le soluzioni soft pop (oppure consegnate ora ad un funky e a certe progressioni estremamente dinamiche) nonché la miglior definizione di un sound non più prigioniero di certe ciclicità minime potrebbero, a buona ragione, far pensare ad un ribaltamento totale d’attitudine da parte di Matt Mondanile.

Le cose non stanno esattamente così; perché molto passato continua a pulsare in “The Flower Lane”, e il gusto per la ripetizione ed il piacere del riverbero permangono in certe soluzioni - quali identità e tratto dello stile precedente a “Days”. Posti in coda (volontariamente: quale eco a ricordare la genesi sfatta del Ducktails per camerette?) i pochi elementi messi in gioco (Lotus Plaza) da “Academy Avenue” trovano un’omeostasi ben calibrata di raccoglimento post sbornia, tanto nella linea vocale intorpidita (non per questo scarsamente espressiva) quanto nelle sovrapposizioni di ritmato e melodia su svolazzi guitar pop. La cover “Planet Phrom” mostra un ordine non così distante dalle primizie realestatiane (ciclicità melanconica e intrecci ostinati su registro vocale, anche qui, anestetizzato; il bridge, stupendo l’accenno del controtempo, diluisce il motivo mantenendone intatto il tratto). L’evoluzione del Ducktails di “Arcade Dynamics”, o meglio l’ideale continuazione pop accennata nel precedente lavoro, trova compimento nelle tinte e scorci Garden State, in “Ivy Covered House” (la continuità, ora anche simbolica: l'edera e la cover di Arcade Dynamics?). Ossia, e non mi sembra di dover sprecare altre parole, il capolavoro del Matt Mondanile solista.

Abbandoniamo ora il discorso ‘continuità’, e torniamo ad analizzare l’ampliamento delle coordinate stilistiche, nei singoli brani. “Under Cover” si lascia, seppur negli eccessi di prolissità, apprezzare nelle sue vesti ora d’eleganza soft (di chiara influenza Destroyer: anche Pitchfork rileva) ora glassate e cosmiche (l’ipnosi, nelle interazioni tra gli effettaggi e lo space echo della chitarra); interessante il pop-art psichedelico di “Timothy Shy”: su di un ritmato di piano, il motivo si espande fino a concludersi nel contrasto tra graffi di chitarra youngiana, ed una alle prese con progressioni ben più patinate - breve inciso: idealmente, l'ombra di Ariel Pink, sì nelle due composizioni citate ma soprattutto nelle fughe funky-electro pop di “Assistant Director”, a supervisionare.

Quale funzione svolga un brano come “International Dateline” non ci è dato sapere: una struttura da post rock ultra compatto che rievoca un certo profilo degli ultimissimi Mogwai (“Hardcore Will Never Die, But You Will”). Fa, ad ogni modo, involontariamente da spartiacque tra i due brani più interessanti del disco –sotto il profilo critico, quantomeno: la coda electro rock di “Sedan Magic” è inizialmente mascherata da un gioco ritmico in perpetua sospensione; “Letter of Intent” parte da un’interessante interazione tra beats e ghirlanda dancy (una certa effusione orientale, più in là) di synth lievissimo (nella parte centrale, invece, a mo’ di autotune sconclusionato) per congiungersi in una prima parte del ritornello svuotata (ottima la modulazione minimamente baritonale, e passionale, di Drennan); una forte rigidità (e una lunghezza non richiesta) della struttura ne mina, però, il potenziale da hit.

Riepilogando: Il disco cattura, sfiora vette celestiali (“Ivy Covered House”, “Planet Phrom”), ma in parte delude nel momento in cui l’assimilazione (al formato canzone) delle nuove traiettorie ("Sedan Magic", "Letter of Intent", "International Dateline": come detto, per lunghezza non necessaria, la seppur apprezzabile "Under Cover") pare scostarsi un po' oltre il previsto; più rilevante, nell'economia estetica del disco, avrebbe potuto dimostrarsi l'uso dosato (integrazione piuttosto che, appunto, assimilazione) degli innesti- come accade, su inserti di keyboards in punta di piedi, nel raccoglimento (psych folk) dell'ottima "The Flower Lane".

Chiusa (per sempre?) la fase lo-fi della sua produzione, “The Flower Lane” segna ad ogni modo un passaggio importante per Mondanile; e potrebbe, altresì, ritagliarsi un ruolo pioneristico per le future declinazioni della scena indie folk americana.

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Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 4 voti.
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loson 7/10
Cas 6,5/10

C Commenti

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target (ha votato 7,5 questo disco) alle 22:06 del 4 febbraio 2013 ha scritto:

Jangle pop alla Real Estate + bozzetti residui alla Ducktails prima maniera + sgorbiature sopra in stile hypna (Ford, Lopatin, ma collabora anche Sam Mehran, alias Matrix Metals e Outer Limits Recordings, ossia uno dei re del pop ipnagogico). Dunque, un gran buon disco per i miei palati. A me infatti diverte, immalinconisce, svaga, e "Letter of intent" non mi annoia manco al quinto minuto! Qua lo volevamo: bravo Mondanile.

Cas (ha votato 6,5 questo disco) alle 12:16 del 4 marzo 2013 ha scritto:

non lo so, ci sono pezzi notevoli (Ivy Covered House e Planet Phrom, entrambe da urlo), ma nel complesso l'album non mi ha lasciato molto. belle melodie, arrangiamenti curati... ma il risultato finale è un ascolto piuttosto piatto, per me. problema mio, evidentemente partivo da aspettative troppo alte. non si parla certo di bocciatura, eh