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R Recensione

7/10

Martin Courtney

Many Moons

Mancava solamente Martin Courtney alla prova dell’album solista. Se Bleeker e Mondanile hanno già alle spalle carriere più o meno convincenti ma di certo affermate, Courtney, fino a questo “Many Moons”, era rimasto ancorato all’esperienza Real Estate. La pubblicazione dell’esordio in solitaria è importante, quindi, perché ci permette finalmente di analizzare l’ultimo dei tre tasselli in isolamento, scoprendo -come se ce ne fosse stato bisogno- che proprio a Courtney spetta il ruolo di “mente” della band. Non è tutto: se i Real Estate non potrebbero esistere senza Martin Courtney, forse lui -al contrario dei due soci- sarebbe in grado di farcela da solo.

In “Many Moons”, infatti, ritroviamo lo stesso senso rilassato della scrittura (sognante, aperta), le stesse briose cadenze jangly, le fragranze guitar pop che si respiravano in “Days” o in “Atlas”; eppure tutto è come semplificato, sgravato dalle contaminazioni contemporanee tanto care a Bleeker e Mondanile.

Courtney fa vivere i suoi pezzi nelle gentili progressioni chitarristiche che si colorano di lievi ma eleganti arrangiamenti cameristici (in organico troviamo un flauto -nello strumentale stacchetto sixties “Many Moons”- un violino e un violoncello, oltre alle pelli di Michael Stasiak -membro degli EZTV- e alle tastiere del compagno di band Matt Kallman) o di briose partiture sunshine pop. Il giochino funziona, e in scaletta troviamo pezzi come “Vestiges”, fiorire di coretti e violini, il tutto cadenzato da un basso tondo, giocoso, e dai ricami scintillanti della chitarra solista, o la delicata “Before We Begin”, profumatissimo midtempo dall’andamento sottilmente psichedelico, sognante, o ancora la stupenda “Northern Highways”, tra i brani migliori del lotto, capace di vantare un’outro incantevole, apice di spensieratezza e buon gusto che dimostra tutta l’abilità compositiva e l’intuito melodico di Courtney.

Prodotto da Jarvis Taveniere (qui anche al basso), “Many Moons” suona pulito e classico (come altro definire un brano come “Little Blue”?), una sorta di versione essenziale delle composizioni a firma Real Estate, capace però di rivendicare uno spazio autonomo: un buon viatico per una carriera solista che -vista l’estemporaneità di un capolavoro quale “Days”- potrebbe rivelarsi non solo promettente, ma forse necessaria.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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target (ha votato 7 questo disco) alle 13:27 del 11 dicembre 2015 ha scritto:

Bel dischetto. "Northern highway" stupenda (l'outro, sì, apice). Meglio di "Atlas". Tra i tre, quello che da solista somiglia più alla band madre. Mi spiace che Mondanile, nel suo ultimo disco solista, abbia accantonato l'elettronica che in "The flower lane" aveva un ruolo importante. Restano comunque loro due gli assi. L'ultimo di Bleeker è passatismo puro; del tutto trascurabile.