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R Recensione

7/10

The Chills

The BBC Sessions

Le Peel Sessions registrate dai neo-zelandesi The Chills hanno avuto, finora, un'esigua circolazione: prima della release di quest'anno (The BBC Sessions) rispolverata dalla Fire Records, il materiale registrato dalla band nelle tre sessioni londinesi tra il 1985 e il 1988, sarebbe stato distribuito soltanto per mezzo di un bootleg clandestino datato 1988. Questo The BBC Sessions recupera quindi la preziosa testimonianza di una band che, nonostante non goda di grande notorietà, ha saputo forgiare un suono di cui molti, oggi, possono dirsi debitori. Noti ai più per la compilation Kaleidoscope World (1986), i Chills di Martin Phillipps sono sempre stati fedeli ad un jangle-pop dalle forti tinte psichedeliche: variopinte tonalità pastello, motivetti dreamy, rimandi sixties e una grande scrittura pop.

Nelle BBC Sessions la band di Dunedin appare prima come esotica scoperta (novembre 1985), poi (aprile 1987 e dicembre 1988) come realtà consolidata. In ogni caso, in entrambe le sessioni, i Chills si dimostrano all'apice della loro forma, accompagnando l'ascoltatore in un mondo di giocoso e incantato pop psichedelico, tanto affine al gusto brit quanto portatore di una peculiare formula ovattata e agrodolce (che pesca dal Paisley Underground californiano, dal pop psichedelico anni '60 e dalle personalissime visioni di Phillipps). Il fatto che fosse proprio Phillipps a tenere le redini dei Chills lo dimostrano i diversi cambi della line-up, incapaci di scalfire una formula coerentissima: la prima session vede Terry Moore al basso, Peter Allison alle tastiere e Alan Haig alle pelli, mentre nel 1987 gli stessi ruoli sono ricoperti da Justin Harwood, Andrew Todd e Caroline Easther quest'ultima sostituita l'anno dopo dal batterista Jimmy Stephenson.

Si parte con “Rolling Moon”, brano uscito per la prima volta nel 1982: a tutti gli effetti uno dei primi esempi di twee pop (andamento caracollante, fischiettii, scrittura leggerissima e spensierata), si tratta di una composizione pesantemente influenzata dall'estetica sessantiana del motivo dolciastro dell'organetto e non priva delle tipiche componenti post-punk dell'epoca (la chitarra di Phillipps). Si finisce con “Dead Web”, più strutturata e pulita nell'esecuzione, ma legatissima alla classica formula dominata dal brio dell'organetto e dal mood giocoso da filastrocca. In mezzo una serie di brani che si susseguono senza soluzione di continuità: dal post-punk di “Wet Blanket” (sorta di versione jangly tra The ChurchJulian Cope) alle delicate tessiture pianistiche di “Dan Destiny & the Silver Dawn”, dall'uptempo insistente di “Living in a Jungle” (inviluppata negli ariosi volteggi di uno sfrenato organetto), alla stupenda e PaisleyPart Past, Part Fiction”.

Passando per svariate sfumature (la cupa e riflessiva “Night of Chill Blue”, l'austera marcetta psichedelica di “Moonlight On Flesh”, la barocca “Effloresce and Deliquesce”), i Chills spaziano attraverso le varianti di una proposta compatta e organica, capace di affinarsi nel tempo senza snaturarsi. Una band catturata nel tentativo di presentarsi al pubblico inglese con alcuni dei suoi brani più eleganti e -forse- più vicini al gusto post-punk del periodo, senza per questo far venire meno l'irresistibile verve dell'outsider Martin Phillipps. Una bella riscoperta, dunque, che può rappresentare un'efficace via d'accesso alla variopinta creatura chiamata The Chills.

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