V Video

R Recensione

8/10

The Heartbreaks

We May Yet Stand A Chance

Poi non dicano che non se la sono cercata. Replicare un (grandioso) esordio di per sé poco consono ai canoni indie con un sophomore ancora più astruso, che a quei dettami volta clamorosamente le spalle, equivale a un suicidio. Un suicidio sublime, di quelli architettati con puntigliosità e testardaggine. Fato poco invitante, eppure oserei dire bramato, smitizzato con ironia (e magari un pizzico di scaramanzia) nella cover: è il cadavere degli stessi Heartbreaks a giacere nella bara che i quattro trascinano faticosamente lungo una desertshore onirica, tra richiami al Django di Corbucci e "Heaven Up Here" di Echo & The Bunnymen.

Gli “attrezzi” con cui scavarsi la fossa? Molto brevemente: epica western morriconiana riletta in chiave british; “imbarocchimento” generale, tentazioni orchestrali, torch songs mutanti; jangle riletto secondo una “big music” la quale, visti i mezzi dispiegati sul campo, più che “big” verrebbe spontaneo definire “huge”. I singoli incarnano come meglio non si potrebbe le nuove direttive, ma guai a fermarsi a questi. Soltanto contemplando il quadro generale potrà notarsi come quel wall of sound chitarristico, cifra stilistica di “Funtimes”, sia ora articolato in arrangiamenti estrosi e stratificati, con gran dispiego di chitarra classica e slide, qua e là tastiere discrete, passaggi inaspettati (l'allucinazione a tempo di valzer che invade le stanze di “Rome”, la frenetica “Man Overboard” ad assimilare tocchi di folk celtico e country-rock come potevano intenderli i Waterboys di “Fisherman's Blues”) e altrettanti cambi di fronte (il minuto di jam lunare a chiudere “Dying Sun”). Ciliegina sulla torta uno strepitoso Matthew Whitehouse, mai così crooner e, in alcuni frangenti, mai così maniacale (il suo falsetto su “Paint The Town Baige”).

Il risultato è un lavoro eccessivo e insieme sofferto, quasi il loro “Dog Man Star” (Suede). Ovviamente la vivacità contagiosa di “Funtimes” non è del tutto svaporata (vedasi “Absolve” e il divertentissimo video), ma soltanto “Hey, Hey Lover” ne riecheggia il pathos adolescenziale/spensierato. Soprattutto, è il cielo azzurro della balneare Morecambe ad essere ormai un ricordo: grappoli di nuvole minacciose s'addensano all'orizzonte, in un clima spesso e volentieri segnato dalla malinconia (la spartana “Fair Stood The Wind”, i ricami twang di “Bittersweet”), dove il registro narrativo è sovente grottesco (gli archi velenosi del capolavoro “Robert Jordan”, il flamenco di “This Is Not Entertainment”) quando non funereo (il verso “We no longer live, merely exist”, sempre da “Dying Sun”, è abbastanza esemplificativo).

Uno stile, quello in mostra su “We May Yet Stand Chance” (prodotto da Dave Eringa, conosciuto soprattutto per il lavoro con i Manic Street Preachers) che, pur nelle sue molteplici diramazioni, resta fedele a poche idee di fondo ben delineate, il cui sviluppo rasenta l'originalità assoluta. Lo scarto col disco precedente è marcato, a riprova della (forse inaspettata) maturazione di questi ragazzi, finora artefici di un percorso tutto sommato breve ma che qualitativamente - almeno per chi scrive - ha dell'incredibile (due album, due capolavori). Dispiacerebbe, a questo punto, non vedere un prosieguo per la loro avventura. Ma è il prezzo da pagare, di questi tempi: non sarebbero né i primi né gli ultimi. Spero vivamente di sbagliarmi, e la cosa non sarebbe una novità. Anzi, auguro agli Heartbreaks tutto il bene del mondo giacché, nonostante quanto asseriscono i detrattori (più numerosi che mai), non sono assolutamente una band tra le tante. E questo non è un album tra i tanti. Com'è che si dice in questi casi? Tra i dischi dell'anno.

V Voti

Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 10 voti.
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salvatore 5,5/10
REBBY 6,5/10
Cas 8,5/10

C Commenti

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Franz Bungaro alle 17:02 del 16 giugno 2014 ha scritto:

Sarà che sono in piena fase brit revival, ma mi piace. Il primo album, ricordo, non mi piacque particolarmente all'inizio, e lo dissi pure in modo alquanto palese, sebbene con il tempo l'abbia molto rivalutato. Questo invece mi sembra subito molto nella direzione del sound brit che mi piace (qui mi ricordano molto i Prefab Sprout, quelli di Steve McQueen, e i Suede, come giustamente detto). Ma posso dire Brit Baroque Pop o Django Brit/sophisti? Assolti in appello.

Cas (ha votato 8,5 questo disco) alle 18:46 del 17 giugno 2014 ha scritto:

Big music, sì. Ho pensato la stessa cosa quando ho sentito Absolved, ad esempio. Lo spettro sonoro è sempre colmo, saturo, strabordante. Una caratteristica già presente nella formula indie-pop dell'esordio, che questa volta si dota di una splendida muraglia d'arrangiamenti orchestrali. Splendido il lavoro delle chitarre su Hey, Hey Lover (che ha la stazza di un classico), come sono notevoli gli ibridi Hemingway-Morriconiani di Robert Jordan e No? Pasaran!, o Bittersweet con i suoi rimandi al Lloyd Cole di Rattlesnakes, o ancora la stupenda Fair Stood the Wind, tra i pezzi più delicati e garbati dell'anno.

Insomma, un discone (e una recensione superba!).

Ripasserò per il voto

Dr.Paul alle 10:03 del 19 giugno 2014 ha scritto:

sono bravi, preferisco il primo disco però. io qui di suede non ci sento niente, dog man star ha un pathos e una drammaticità thrillereggiante che con fatica riesco a trovare qui. loro hanno questa attitudine cazzeggiona che i suede non hanno mai avuto. alcuni momenti purtroppo mi ricordano altri burloni che ho sempre odiato tipo The Ark, "absolved" sembra presa dal primo disco del gruppo svedese. bravi ma non entusiasmanti al momento.

loson, autore, alle 12:39 del 19 giugno 2014 ha scritto:

Ho scritto che è il loro Dog Man Star in quanto album eccessivo e sofferto, non perchè ci siano delle dirette assonanze come sound (anche se atmosfere lugubri e per certi versi riconducibili a quel disco le trovi: Robert Jordan, Rome, Dying Sun). Inoltre, sia Dog Man Star sia questo We May Yet Stand A Chance sono i fatidici secondi album di due band che avevano esordito con lavori più sognanti e "vitali". Senza contare che il brano di apertura, Paint The Town Beige, lo percepisco sempre come un equivalente di Introducing The Band: della serie "si alzi il sipario e tutti guardino quanto siamo diventati paranoici".

Dr.Paul alle 13:09 del 19 giugno 2014 ha scritto:

sisi poi hai usato il "quasi" era per fare due chiacchiere...

loson, autore, alle 13:26 del 19 giugno 2014 ha scritto:

Ci mancherebbe... Certo però che anche tu a tirar fuori gli Ark! Ammetto cmq che "It Takes A Fool To Remain Sane" è una signora canzone, all'epoca avrò consumato il singolo (di mia sorella, ahah).

Dr.Paul alle 14:18 del 19 giugno 2014 ha scritto:

no ma loro sono sicuramente più colti ci mancherebbe....

Lepo (ha votato 9 questo disco) alle 20:12 del primo agosto 2014 ha scritto:

Mamma mia, che disco! Un sublime calcio in culo al popolo indie (e, temo, anche alla carriera degli stessi heartbreaks), un continuo inno allo struggimento e alla frenesia più eccentrica. Tolta Man Overboard, io sento solo canzoni splendide scritte da Dio e arrangiate in maniera superba. Le migliori per me sono le ultime due, in particolare Rome, ma Absolved è un motivo pop eccezionale e brioso, semplicemente insegna come si possa scrivere una canzone di chamber pop risultando leggeri e moderni.

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 16:45 del 20 agosto 2014 ha scritto:

La recensione, che condivido in blocco, è centratissima, in ogni riferimento. A me il disco sta spiazzando abbastanza, sono sincero: vero che anche nel (bel) capitolo precedente c'era molta grandeur interpretativa, ma qui gli arrangiamenti sono a tratti iperbolici, le linee melodiche sature come se non ci fosse un domani (mazza che rumorosa "Rome") e, in generale, mi sembra che questo tenere tutto costantemente sopra le righe livelli inesorabilmente anche i più meritevoli picchi. Lo dovrò ascoltare ancora un po' per farmi un'idea compiuta, perché ora come ora non saprei che dire...

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 11:23 del 21 settembre 2014 ha scritto:

Ora so che dire. E dico che mi piace. Preferisco il disco precedente, che era un po' più sobrio e meno roboante (l'interpretazione di momenti come "Absolved" mi continua a sembrare troppo sopra le righe), ma qui dentro ci sono comunque dei pezzi strepitosi: "Paint The Town Beige", "¡No Pasarán!", "Fair Stood The Wind", "Rome" e il finale apertissimo di "Dying Sun" i miei preferiti in assoluto. Los, tu devi decisamente scrivere di più.

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 22:43 del 14 novembre 2014 ha scritto:

Per me invece col primo avevano amabilmente cazzeggiato, qui la faccenda comincia a farsi più seria. Sicuramente maturati.

Però Absolved è da condannare eheh

Lucifer sam alle 13:24 del 7 ottobre 2015 ha scritto:

In primis ciao a tutti sono nuovo ma solo io ci sento un casino i l'arc en ciel??

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 15:00 del 7 ottobre 2015 ha scritto:

Benvenuto, bel nick, molto psichedelico. Mi raccomando: sii un gatto in gamba, sii un lupo di mare eheh

Cioè vuoi dire che gli inglesi copiano dai giapponesi? Se così fosse: non c'è più religione lol

Lucifer sam alle 12:09 del 8 ottobre 2015 ha scritto:

Grazie dell'accoglienza sisi faccio il bravo gattino..ahah..comunque ti giuro..specialmente la vice è identica è la prima voce inglese che riesco ad accostare ad una voce giapponese..e anche lo stile così vario passare da pezzi country pop indie a ballad lo trovo molto jpop..o comunque ricalca molto lo stile dei l'arc en ciel..ma loro avranno pensato poco male ..tanto chi li conosce?