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R Recensione

8/10

Paul McCartney

McCartney II

 Pare che tutte le volte che McCartney senta l'esigenza di ricostruirsi una verginità artistica torni inevitabilmente in solitudine tra le mura domestiche. E' successo così dopo lo scioglimento della sua prima band - i Beatles - succede così dopo lo scioglimento della sua seconda band - gli Wings. Nel frattempo sono passati 10 anni, 10 anni in cui la tecnologia e la globalizzazione hanno portato l'elettronica a diventare protagonista del discorso della musica pop, e al contempo hanno aperto la porta agli "altri suoni" provenienti dalle diverse culture del pianeta. Così McCartney II sarà qualcosa di più che uno stanco sequel dell'omonimo album, arrivato con 10 anni di ritardo. Anzi, fermandoci a giudicarlo dalle atmosfere schizzate e surreali in cui ci imbattiamo ad un primo ascolto, ci verrebbe da pensare che il buon Paul stavolta abbia un attimo esagerato con la sua amata cannabis.

E invece è artista lucidissimo McCartney, che dalla finestra del suo studio si diverte a guardare il mondo all'esterno, per una volta da attore non protagonista: il suo è un vero e proprio saggio di osservazione post-modernista, filtrato manco a dirlo dal suo tipico disincanto sornione; e la protagonista diventa una virtù della quale - almeno tra i Beatles - può vantare quasi l'esclusiva: l'ironia. I pezzi - è vero - sono pieni di sintetizzatori, delay e voci trattate, ma più che synth-pop questo sembra essere un incredibile assaggio di glo-fi ante-litteram: l'intero linguaggio globale della musica popolare osservato dal fondo di una bottiglia, il concept-parodia che avrebbero composto i Residents se fossero stati "scarafaggi", condito in salsa elettro-lo-fi, come fosse un trattato di storia della musica pop generato, idealmente, su una vecchia console Nintendo.

Temporary Secretary è un buon esempio: filastrocca sciocchissima intonata con insostenibile infantilismo in cui si infila un ossessivo sintetizzatore in loop, ovvero il vorticoso battere sulla calcolatrice di una "segretaria part-time" sull'orlo dell'esaurimento, buffo alter-ego della Pocket Calculator con cui i Kraftwerk descriveranno le alienazioni della società computerizzata. Coming Up d'altro canto sembra un funk-soul liofilizzato e sigillato in un sacchetto di plastica. Tutto suona minuscolo (la voce, le chitarre, i sassofoni) come se avessimo inscatolato James Brown e lo stessimo ascoltando dal di fuori. Vecchio e Nuovo mondo chiusi in un frullatore, in bilico tra le origini e la contemporaneità: da un lato si dissotterrano le radici del rock affondando le mani nella musica americana come farebbe Elvis Presley con il wester-country a rotta di collo di Nobody Knows, lo scatenato siparietto anni '40 di Bogey Music e la preghiera gospel di Summer's Day Song; dall'altro ci si apre alla nuova cultura europeista smaccatamente cosmopolita: se Front Parleur è un acquerello lounge all'ombra della torre Eiffell, Darkroom non è che la vignetta sarcastica delle camere oscure in cui si aggira il depresso David Bowie "berlinese", mentre Frozen Jap è esattamente quel che promette: un pezzo di Giappone "surgelato" in Germania. I sapori world sono ancora più sapidi nell'ipnotica Check my Machine (sballo da reggae giamaicano in salsa country/blues/psycho-illogica) e nella circolare Secret Friend (ambient allucinogeno impregnato di malinconia latino-americana), brani pubblicati in origine su singolo, ora disponibili nella nuova ristampa assieme (tra le altre cose) al singolo inedito Blue Sway, euro-funk degli abissi riorchestrato per l'occasione sulle coste del Medio Oriente, uno di quei pezzi che sembra infrangere la barriera della storia per giungere a noi, inaspettatamente, dal futuro. Se è vero che tutti abbiamo un lato oscuro, questo è The dark side of Macca.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 2 voti.
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Dr.Paul 7,5/10

C Commenti

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Dr.Paul (ha votato 7,5 questo disco) alle 23:55 del 8 dicembre 2015 ha scritto:

disco veramente sfizioso, purtroppo la gente vuole che macca faccia il macca, queste "stranezze" o ancora peggio quelle a nome the fireman.....non so quanto attecchiscano. ora però la palla passa a gassed the myth!!!

zagor alle 13:11 del 10 dicembre 2015 ha scritto:

synth macca? mai sentito, deve essere interessante

zagor alle 13:12 del 10 dicembre 2015 ha scritto:

Gassed, illuminaci!

loson (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:29 del 10 dicembre 2015 ha scritto:

Il miglior Macca post-scarafaggi che abbia ascoltato.

Totalblamblam alle 18:50 del 10 dicembre 2015 ha scritto:

ahhah mah a me non è mai piaciuto...mancano proprio i pezzi tosti . carino in qualche spunto ma fa acqua in molti altri. i synt sono altro ! questo disco non riesco proprio a prenderlo sul serio. secondo me è meglio che macca faccia macca e ci dia cose come flowers in the dirt, flaming pie, chaos and creation...

woodjack, autore, alle 19:10 del 10 dicembre 2015 ha scritto:

è vero, non è un disco da "pezzi tosti", è una ricerca... ecco io sono dell'avviso opposto: di Tug of War, Flaming Pie e Chaos McCartney, quando si mette di buona lena, ne può fare 200, era quello col mestiere (che non è certo una brutta parola) più solido tra i Beatles, potrebbe giocare in difesa tutta la vita, e i fan lo adorerebbero. Se lo chiami ora e gli chiedi per telefono una strofa e un ritornello, sono sicuro che ti regala un singolo al volo. Invece a me piace quando si allontana (in questo caso con successo, a mio avviso, in altri in maniera più pretenziosa e meno riuscita) e prova ad esprimere un concetto, l'album come un discorso su un qualcosa, un qualcosa che non sia "come sono bravo a scrivere silly love songs" (che di bravo è bravo sì! che non si dica che non mi piacciono i pezzi tosti, ballatone comprese!). L'ultimo di Fireman è una bella sintesi tra questo e McC I, su cui pure ci sarebbe da discutere, ma pure Wild Life, che chiunque al mondo schifa per un motivo o per un altro, ha una sua logica ferrea, una costruzione architettonica costruita attorno ai cicli circadiani che passa attraverso l'espansione graduale del beat ritmico nel corso dell'album, la rinuncia consapevole e forzata ai ritornelli, la dilatazione delle forme, il minimalismo negli arrangiamenti ma anche nella scrittura delle parti, e quindi una struttura musicale precisissima che non può essere casuale. C'è questa ricorrente voglia di azzeramento e di apertura nella sua carriera che è intrigante. Poi quei Wings non facevano cassa, e subito la marcia indietro di Red Rose (di solito salutato come un passo avanti). Certo che comunque la si veda, non dev'essere facile essere McCartney!

Totalblamblam alle 21:08 del 11 dicembre 2015 ha scritto:

Mah non sono così sicuro che sia un problema di buona lena visto che quella c’era anche in press to play, pipes of peace, memory almost full e via discorrendo …non ce lo vedo Macca in studio senza questa buona lena di cui parli sperando che non sia lo spettro della biolcati …fosse così come dici tu ne avremmo davvero avuti 200 di disconi suoi . Il problema sta nel fare dischi di quel livello da me citati cosa non semplice neppure per lui che la creatività e la freschezza di idee generalmente scema con il passare degli anni . In questo disco Macca , oltre ad un insostenibile primo piano, sembra volere sperimentare e far vedere di poter stare al passo coi tempi ma ad una frozen jap fa seguire una bogey music un po’ troppo per me per stargli dietro, sembra quasi che senta un senso di inferiorità con altri musicisti ai tempi più cool e si cimenta in temporary secretary ma i 4 di Düsseldorf avevano fatto già molto di meglio e non cito i suoi concittadini O.M.D. Waterfall è una cascata di melassa sui coglioni che di squisito synth poi cosa ha? Ricordo un pezzo con un solo di chitarra di un fiacco ma di un fiacco che ci si addormenta…sarà il glo-fi ante-litteram ma per me sbadigliare sugli ascolti è sempre un brutto segno apoteosi questa avuta con l’oratorio suo altro tentativo di divergere su strade “colte” e diverse dal solito. Un flop. Non so resto sempre perplesso su questo lavoro ...gigioneggia troppo senza dare quella gravitas necessaria perché possa davvero apprezzarlo. Avesse voluto spingersi su questi sentieri più di "ricerca" non ci avrebbe dato subito dopo tug of war addirittura con la produzione di Martin.

tramblogy alle 10:37 del 11 marzo ha scritto:

lo dico qui con fervore..ghhhh..., flowers in the dirt è proprio un brutto disco, ma brutto forte e non capisco come si possa bocciare tug of war e pipes of peace. punto. pace!!!! olè

Totalblamblam alle 17:11 del 12 marzo ha scritto:

ma dai non c'e' confronto con quei due dischi che citi. tug carino pipes e' fiacco

tramblogy alle 19:31 del 12 marzo ha scritto:

boooo, solo pipes of peaces è un' opera d'arte, per non parlare di say say say, intramontabile o la splendida through of love...tug poi non ne parliamo "must"!!...ho preso flowers in vinile doppio, 15 euro...affarone, no no, non ci siamo...me n' ero scordato! ghgh