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R Recensione

7/10

Buke and Gase

General Dome

I Buke and Gase, da New York, sono Arone Dyer e Aron Sanchez; “General Dome” (Brassland Records, l’etichetta dei gemelli Dessner), DIY radicale, è il loro sophomore (l’esordio “Riposte”, datato 2010) - ossia pop sperimentale strutturato in costruzioni armoniche progressive. Deturpato da molteplici effettistiche lo-fi, il melodismo storto (Deerhoof) e i suoni anche ruvidi del disco sono stati catturati negli spazi ampi della “Basilica Hudson”, una fabbrica del XIX secolo adibita, oggi, in un suggestivo art space.

Il cantato della Dyer è protagonista di composizioni isteriche, dall’attitudine post punk/indie rock, attorno alla quale la ritmica avanza, al passo, rigida e martellante (non siamo ai livelli, stordimento noise pop, degli Sleigh Bells), - sì poco articolata, ma dannatamente efficace. La scrittura, monolitica (gli echi St. Vincent), si esplica in blocchi distinti, entro i quali è tutto un maturare di dinamiche e variazioni, che mai intaccano la solida architettura alt pop (gli stessi Deerhoof).

Marchio do it yourself oltranzista (registrato e mixato, “General Dome”, in completa autonomia) si diceva, dal momento che la stessa strumentazione, tra cui l’ibrida “chitarrabasso” (gass) di Sanchez e l'ukulele baritono della Dyer (buke), sono autentica fabbricazione handmade.

In “Houdini Crush” è contenuto buona parte dello spettro sonoro degli ex Buke and Gass, ossia un math pop immerso in una soluzione densa di effetti, riverberi, spaziando tra il noise anni '90 e una compiutezza cantautorale che porta alla mente la Shannon Wright più elettrica e rock (quella di “Secret Blood”, per intenderci). L'ottima prestazione vocale ha come contraltare una sessione ritmica che entra a gamba tesa, squadrando il pezzo con una possente impronta muscolare, mentre la tavolozza degli arrangiamenti aggiunge pennellate cromatiche che screziano le timbriche e saturano la gamma sonora, in un fitto alternarsi di saliscendi.

Hiccup” sembra uscita da una demotape dei Battles di dieci anni fa (o dai Dirty Projectors che coverizzano i Jesus Lizard). Tutt'altro che datata, però, nelle sue stranianti soluzioni armoniche e timbriche, nella sua cadenza calcata, sempre solcata dall'ottima prestazione canora della Dyer - collante per lo sviluppo melodico del brano. Il songwriting si affina maggiormente in brani come “Twisting the Lasso of Truth”, esemplare nell'unire una netta impronta melodica in un fiorire di incastri di dissonanze tra un procedere di elementi a funzione prevalentemente timbrico-ritmica (caratteristica comune, invero, alla maggior parte dei brani del disco).

Se l’inizio di “General Dome” porta indietro ai tempi dei June of 44, con uno stridere di chitarre attorno al riff principale, in un crescendo di tensione irrisolto, la dinamica paranoica di “In The Company of Fish”, mette in moto una marcia ossessiva, ritmica possente, cantato ‘nordico’ e chitarra metallica; nelle sferragliate di una notevole “Hard Time”, la Dyer pesca forse la linea migliore del disco. Tra electro stravaganze avant pop (“Metazoa”), attacchi d’ autotune armonizzato (“Cyclopean”), no-wave/ post punk incalzante (“My Best Andre Shot”), minimo benché saturo (“Split Like a Lip, No Blood on the Beard”), non sempre l’attenzione si mantiene elevata. Ne soffre, specie, la seconda metà di questo “General Dome” - dove, tra variazioni uniformi, si finisce col ripetere, forzandola, la stessa formula.

Sicché, pur nei limiti strutturali e di compattezza (ma si è convinti, ovviamente, che la cosa possa solo migliorare), questa maniera di mischiare avanguardia e sincretismo pop (il culmine recente, per noi, “Swing Lo Magellan”) giunge oggi, coi Buke and Gase, ad uno dei risultati esteticamente più rilevanti degli ultimi anni.  

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