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R Recensione

9/10

The Jesus And Mary Chain

Psychocandy

Avete presente gli Stooges? Le loro chitarre distorte, i loro geniali ritornelli ripetitivi e minimali, la loro rabbia…bene. Avete presente i Ramones? La loro particolare interpretazione del punk, basata su motivetti scanzonati ed allegri, quasi delle filastrocche elettriche…perfetto. Ora, avete presente gli anni ’80? Il post punk con i suoi ritmi scomposti, l’hardcore con la sua velocità e la sua violenza, il noise con i suoi brani rumoristici, la dark-wave con i suoi suoni cupi e la sua introspezione pessimista…ottimo. Adesso prendete tutti questi elementi, mescolateli a piacimento e aggiungetevi un solo, geniale, decisivo particolare: un vero e proprio muro sonoro di feedback che impregna fino all’osso ogni singolo brano. Stiamo parlando di un tipo di rumorismo non creato da sofisticate dissonanze, arditi contrappunti o chissà che…Semplicemente: schiacciate il pedale del distorsore, pompate il volume al massimo ed ecco fatto: puro rumore. Vi sembra una cosa banale? Direi proprio di no a sentire l’incredibile, fulminante esordio dei Jesus and Mary Chain, quell’impressionante esperienza sonora che è Psychocandy.

I nostri quattro wavers scozzesi sembrano infatti aver attinto a piene mani dalle esperienze musicali passate, quelle citate qui sopra per l’appunto, cosicché il loro sound risulta essere un perfetto surrogato di tutto quello che poteva andare per la maggiore nel 1985. I brani dei Jesus and Mary Chain quindi potrebbero apparire come profondi debitori di pezzi come I Wanna Be Your Dog, No Fun (Stooges), I Don’t Care (Ramones) e via dicendo, ma, guarda caso, non è assolutamente così. La loro originale interpretazione fa di tutto questo un enorme calderone da cui attingere per prendere innocenti spunti. Ma il pregnante uso di distorsioni, seppur banale, risulta essere realmente fondamentale, così fondamentale da ispirare le future schiere dei cosiddetti shoegazers, segnando la nascita di un nobilissimo genere a sè stante.

Just Like Honey è il vero manifesto del gruppo, e ci fa subito assaporare un’irresistibile atmosfera psichedelica, presente in maniera consistente in tutto l’album. Il battito ipnotico e rimbombante della batteria, le chitarre distorte e la voce diffusa, calda e sensuale di Jim Reid, creano questa atmosfera dalla così pregnante e densa dolcezza, “come miele” per l’appunto, capace di catturarci all’istante. Anche l’elemento dark non è da sottovalutare, visto l’incedere cupo del basso e l’umore non proprio solare caratteristico di Psychocandy.

Sullo stesso versante di questo primo grande brano, vi sono altre preziose composizioni delicate e psichedeliche, capaci di conferire una elevata raffinatezza all’album. Ascoltiamo quindi la trascinante The Hardest Walk, capace di fondere piglio pop a fragorosi feedback, poi la bellissima Cut Dead, intrisa di delicati accordi di chitarra elettrica, che ci avvolgono in un’atmosfera tanto trasognante quanto malinconica, la delicata Some Candy Talking, impreziosita qua e la da un uso discreto di distorsioni che ne esaltano la melodiosità, conferendole più vigore, ed infine quella che sembra essere la copia di Just Like Honey: Sowing Seeds.

Ma sono altri i brani che rendono così irresistibile l’album, e così il lento fluire delle note della prima composizione si fa subito sovrastare dalla ferocia di The Living End, la seconda traccia. Eccoli qui i famosi nugoli densi e assordanti di distorsioni che stridono, si contorcono, ribollono, graffiano, lacerano…insomma devastano letteralmente quello che altrimenti sarebbe un pezzo pop. La batteria incalzante di Bobbie Gillespie non lascia un attimo di tregua alla voce decadente di Reid, ed il basso è l’unico elemento che mantiene un contatto tra le sfuriate chitarristiche e la melodia di base su cui queste si sviluppano. Sullo stesso piano di questa seconda traccia, veloci e sfrenate, ci sono la violentissima In A Hole, che procede in un sempre più fitto intricarsi di suoni assordanti, la ramones-iana Never Understand, e la meno brutale My Little Underground, memore degli echi dei Velvet Underground.

Splendide poi le tracce in cui risaltano sonorità maggiormente oscure, dipinte da uno splendido basso, rigorosamente fedele alle cadenze alla Joy Division e compagni, capaci di regalare un nuovo volto rumoristico al dark. Ascoltiamo quindi pezzi  quali la granitica Taste The Floor, retta da un implacabile ritmo della batteria, e sfregiata dagli accordi affilati come coltelli del chitarrista, A Taste Of Cindy,o la cavalcata horror di Inside Me, e ovviamente la conclusiva It’s So Hard, forse la più tipicamente dark, grazie all’indimenticabile basso e alla voce spettrale del cantante.

Arriviamo alla fine dell’album entusiasmati, sconvolti, frastornati e con parecchi decibel in meno.

A questo punto è d’obbligo la domanda: avete presente un capolavoro?

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Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 30 voti.

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enjolras (ha votato 10 questo disco) alle 16:49 del 28 agosto 2007 ha scritto:

hai presente loro sparati a volumi stratosferici, quel muro di feedback a rimbombarti dentro, quelle parole a tagliarti l'anima in due, quei ritornelli a seccarti le labbra quel delirio di pensieri a velocità raddoppiata (Knife to my head when she talks so sweetly,Knife in my head when I think of Cindy, Knife in my head is the taste of Cindy)...oddio si, ho presente un capolavoro!!

Mr. Wave (ha votato 8 questo disco) alle 20:01 del 15 luglio 2008 ha scritto:

Just Like Honey (!)

Un gran capolavoro, di straordinaria coesione e maturità, che porta in sé tutte le sonorità di quel periodo: (il punk, l'hardcore, il pop 80s, la dark wave). Un sigillo che aprì la strada al movimento degli ''shoegazer''... fra ambientazioni oscure, tenui melodie e densi strati di feedback

otherdaysothereyes (ha votato 10 questo disco) alle 18:18 del 18 agosto 2008 ha scritto:

Lo stesso jim Reid al momento dell'uscita lo definirà come "il miglior album prodotto negli ultimi 20 anni".All'epoca questa frase fu definita una provocazione fuori luogo. Ad oggi, pur riconoscendo la scarsa modestia del vecchio Jim, qualche dubbio mi viene.

4AS (ha votato 9 questo disco) alle 16:41 del 27 marzo 2009 ha scritto:

Al 1° ascolto non è facile digerire quel "muro" di distorsioni, e non si capisce neanche che senso ha tutto quel rumore. Al 5° ascolto ho cambiato idea.

dario1983 (ha votato 9 questo disco) alle 0:21 del 7 aprile 2009 ha scritto:

lo avevo sempre sentito dire ma mai ascoltato... grazie matteo per avermelo fatto scoprire!!!

DucaViola (ha votato 8 questo disco) alle 16:29 del 28 marzo 2010 ha scritto:

Sicuramente una delle cose più interessanti degli anni 80. Particolare la voce morbida sulle chitarre spaccatimpani. A volte ricorda i Velvet Underground, a volte sembra più punk. Ma loro mi piacciono anche in "darklands", sicuramente più conformista che però rende l'idea di una band capace di rimettersi in gioco.

galassiagon (ha votato 5 questo disco) alle 9:32 del 6 aprile 2010 ha scritto:

Ecco tutto il male deriva da quest'album, uno dei più brutti di sempre. Il rock inglese dopo di loro è morto.

swansong (ha votato 6 questo disco) alle 12:00 del 6 aprile 2010 ha scritto:

Sono solo io che stravede e gli preferisce (di gran lunga!) quel sublime gioiello di rock decadente e malinconico che è "Darklands"?

salvatore (ha votato 9 questo disco) alle 12:18 del 6 aprile 2010 ha scritto:

RE:

Pur amando incondizionatamente questo album, gli preferisco anche io (di gran lunga no, ma di un pochino, sì) Darklands. Sicuramente il mood di quest'ultimo è più in sintonia con il mio sentire. Peccato infatti che quella meraviglia assoluta di just like honey (paradigmatica del suono Darklands) non sia contenuta proprio sul loro secondo lavoro. Ad ogni modo, i J&MC rimangono una band strabiliante. Una sintesi così azzeccata di dolcezza e male di vivere resta ad oggi insuperata. I MBV però sono un'altra cosa, bene inteso

stefabeca666 (ha votato 6 questo disco) alle 10:40 del 5 giugno 2011 ha scritto:

Scusatemi, ma sono un ignobile tizio che non ne capisce nulla di musica. Ma a me i JAMC non m'hanno mai fatto impazzire, non hanno mai perforato il mio cuoricino. Esageratamente caotici, stranianti (ma non alienanti), con un cuore pop che da che mondo è mondo riesce solo ad annoiarmi dopo un po' d'ascolti. Ma sarebbe anche da sciocchi negare e non considerare il peso storico che questo disco ha avuto, e che ha tuttora.

Mattia Linea (ha votato 7,5 questo disco) alle 17:53 del 18 agosto 2014 ha scritto:

Voce eterea, batteria ovattata, distorsioni magiche. Uno scontro fra i Velvet Underground e il "wall of sound" di Phil Spector. Ascoltando l'album, si può notare l'influenza che hanno avuto su tutto il fenomeno shoegaze (di cui appunto vengono considerati i fondatori) e su gruppi come Sonic Youth e My Bloody Valentine. Se si può avanzare una piccola critica, direi che le canzoni sono alquanto similari l'une alle altre (basti pensare alla splendida "Just Like Honey" e l'inizio di "Sowing Seeds").