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R Recensione

8/10

Women

Public Strain

Ai canadesi Women piace scrivere canzoni, lo si capiva già dal loro esordio del 2008. Però scrivere semplicemente canzoni non li soddisfa -anche questo è chiaro-, quello che vogliono è destabilizzare il pop decentrandone i ganci melodici, relegandoli sullo sfondo. Il pop in mano agli Women sembra un ritratto affidato a Schiele: si percepisce, come un'ombra, una figura dotata di una sua bellezza originaria, ma turbata e sfregiata da un tratto angosciato e violento, spigoloso e urgente. Se nel lavoro precedente però il processo era solamente abbozzato, caratterizzato da sommari bombardamenti noise e immersioni in riverberi e rumorismi vari, questa volta, con Public Strain, la questione si fa più complessa e articolata. Più rifinita, se è lecito usare questo termine.

Public Strain segna dunque un netto passo avanti, una maturazione incredibile, una compostezza che si manifesta già a partire dalla prima traccia (Can't You See), nel modo in cui ogni elemento si dispiega e si organizza in una cornice a suo modo carica di enfasi e magniloquenza. Una filastrocca decontestualizzata in una salsa noise dalle sgranature lo-fi, dove il basso corposo aggiunge un che di marziale al tutto. Ancora un preludio, ma già si dispiega una forma canzone più studiata e d'impatto, oltre che una sua rivisitazione del tutto straniante.

Heat Distraction ingrana subito la quinta marcia per dar vita ad un pezzo capace di andare oltre ogni nostra aspettativa: unite il post-punk dei Public Image Limited (Metal Box) al noise pop dei tanti gruppi indie di oggi (Wavves, Vivian Girls), per un risultato dal passo sghembo ma oltremodo vigoroso. Il tema strumentale è di quelli da ricordare: l'incedere ritmico squadrato e a singulti, i ricami nevrotici della chitarra, l'appesantirsi del tutto con l'ingresso della seconda chitarra. Con l'arrivo della voce si ha un repentino cambio di atmosfera, capace di mettere d'accordo in una sintesi improbabile Real Estate e Sonic Youth, atmosfera chiusa dal riagganciarsi al tema strumentale introduttivo, a cui spetta la funzione di incorniciare un brano impeccabile. Stesso entusiasmo per la filastrocca pop di Narrow With The Hall, un pezzo dei Ganglians se non fosse per l'incedere marziale di basso e batteria, per le incursioni noise e per i feedback che lacerano la melodiosità e spensieratezza della forma-canzone. Dopo la ballatona sospesa e drogata di Penal Colony e le vibrazioni stordenti della strumentale Bells, China Steps torna ad adottare una forma solida e strutturata, dominata dalla martellante sessione ritmica. Il basso assume una cadenza dub stranamente aliena, la chitarra lancia delle stilettate affilate come rasoi, l'atmosfera si fa sempre più rovente abbandonandosi in più riprese a rigonfiamenti rumoristi, tutto questo prima di lasciare il posto a liriche strascicate e inacidite, sommerse infine dalle pulsazioni del basso che chiudono un altro brano memorabile.

Come non citare a questo punto il più sfrenato e appassionante brano del lotto, la feroce Drag Open, dominata dalle ventate atonali delle chitarre elettriche e dalla solita sessione ritmica marziale. Il riff in tutto e per tutto sonicyouthiano (primo periodo, s'intende) non fa che aggiungere piccole dimostrazioni di buon gusto e raffinatezza, ottimi valori aggiunti per un album che ha ancora da offrirci la psichedelia deviata di Locust Valley, la chilling ballad di Venice Lockjaw (la padronanza della forma canzone, eccola qui) e la conclusiva cavalcata riassuntiva di Eyesore, dalla melodia calcata ed enfatica, un outro epica, degna di mettere la parola fine nel migliore dei modi.

Per riassumere, ecco le conquiste dei Women che rendono così attraente Public Strain: i suoni sono più pieni e curati (la produzione di Chad Van Gaalen è eccellente), le strutture meno casuali ma non per questo meno caotiche e intricate, la forma canzone pienamente autonoma ma inserita in una soluzione denaturante e oltremodo originale, i riferimenti mischiati per formare un ibrido, utilizzati con saggezza e ottimo gusto, quanto di più lontano dal manierismo o dal revivalismo. Dimenticavo, lo so che l'abito non fa il monaco (anche se a volte...), però l'ultima nota di merito va ad una delle migliori copertine del 2010.

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Voto degli utenti: 6,4/10 in media su 5 voti.
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C Commenti

Ci sono 6 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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target (ha votato 7 questo disco) alle 13:40 del 11 gennaio 2011 ha scritto:

Eh, questi sono bravi, e suonano come pochi altri (Liars, forse?). I primi due minuti di "China steps" pazzeschi. Ma è bello quasi tutto, sia quello che sa di '60 ("Narrow with the hall": cos'è quel basso?) sia quello che sa di post-punk '80 ("Untogether"), e poi di noise '80/'90 (Sonic Youth). C'è di tutto, da godere. Grande Cas al ripescaggio in extremis.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 22:08 del 11 gennaio 2011 ha scritto:

il disco l'avevo ascoltato svogliatamente e distrattamente e non mi era parso granchè. Però è vero che non mi ricordo una mazza, per cui in omaggio a Cas e China steps che sembra davvero un pezzo della madoi ci rimetteremo all'ascolto

Truffautwins (ha votato 9 questo disco) alle 1:23 del 30 marzo 2011 ha scritto:

Ottimi

Richiede un certo numero di ascolti che saranna ampiamente ripagati. Musica che avvolge con la sua ripetitività mai banale. Sotto alcuni frangenti ricordano i migliori Warlocks.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 15:22 del 15 aprile 2011 ha scritto:

mi ricredo. Gran bel disco

target (ha votato 7 questo disco) alle 10:41 del 22 febbraio 2012 ha scritto:

Azz... Triste sì. Gran disco, questo. Soprattutto, peraltro, per lo spettacolare lavoro sulle chitarre.