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R Recensione

7,5/10

Devastations

Yes, U

Se già il precedente Coal era degno di stima, gli australiani Devastations, con questo nuovo Yes, U, fanno davvero il botto.

Lasciandosi in parte alle spalle le influenze derivate da Nick Cave, questo album sembra trarre un’ispirazione più diretta e consapevole da gruppi come Black Heart Procession e Morphine.

E ciononostante, è presente anche una bella ventata di novità e di personalità: a cominciare da iniziezioni più generose di elettronica e da strutture più compatte e sicure, senza dimenticare una buona e mai banale rievocazione di sonorità anni ’80, il tutto per un lavoro che ha molto di sperimentale ma che denota anche una notevole maturità.

Le tinte noir del pop dei Devastations si fanno qui molto più eteree e sognanti rispetto all’album precedente, il quale mostrava di voler prudentemente tenere i piedi un po’ più per terra. Una scelta saggia, all’epoca, ma adesso fortunatamente è il piglio da testa sulle nuvole a prevalere, ottimo segno di ambizione e creatività.

Non c’è che dire dunque, siamo alle prese con un gran bel disco. Ma andiamo con ordine ...

Nella prima traccia, Black Ice, si fa subito evidente questa voglia di superare i propri limiti grazie ad un uso consistente e coraggioso dell’elettronica. Da notare è poi l’abbandono del vocione alla Cave, per un cantato più intimista e bisbigliato, immerso in un’atmosfera diffusa e gelata, quasi un flusso letargico, formato dalle note del pianoforte e da un auto-represso sound dance.

L’elettronica si materializza anche in The Pest, lungo loop ovattato e lacerato qua e la da timidi assoli distorti di chitarra e ad alcuni rari attimi di aggraziato cromatismo e in As Sparks Fly Upwards, brano quasi totalmente strumentale, dove atmosfere sognanti e misteriose finiscono per avere il sopravvento sull’introduzione affidata agli accordi della chitarra acustica.

An Avalanche Of Stars sfoggia poi una fluidità ed una morbidezza strabilianti, grazie ad un uso raffinatissimo di questa famosa elettronica e alla ricerca di melodie che possano lavorare in profondità, senza scomparire nel nulla una volta ascoltate.

L’uso delle distorsioni, altro elemento maggiormente sviluppato in questo album, si fa apprezzare in brani come Rosa, sorta di litania segnata da una batteria martellante destinata ad un crescendo maestoso, così come anche i feedback, lasciati in un primo momento in sottofondo e poi gettati in primo piano, lasciati liberi di sfogarsi nelle loro urla elettriche, e dove la voce di Standish sembra voler officiare un rito, mentre le chitarre si fanno sempre più violente e acide, e in Mistakes, claustrofobica e robotica composizione affidata a basso e feedback, e ad un ritornello deliziosamente anni ’80.

Sono presenti anche brani più immediatamente pop-rock, come Oh Me, Oh My, dove in un primo momento spiccano feedback rumorosi ai quali però si sovrappongono limpidi ed ariosi assoli di chitarra elettrica e dove la voce di Standish intona la sua mesta cantilena, accompagnato dal lento incedere della batteria, e ornata dai delicati giochi cromatici della chitarra. Splendida, sognante, tetra, perfetta nel suo equilibrio tra synth pop e dark wave, con una aggiuntina di slow-core… Il tutto poi sfocia in un finale confuso e fragoroso, a rafforzare la volontà sperimentale a questo lavoro.

The Face Of Love fa proprie le intense e sagaci melodie pianistiche dei Black Heart Procession, capaci di lasciare vividi segni durante l’ascolto, e di non rendere banale quella che altrimenti, se non affrontata con così tanta maestria, rischierebbe di essere una canzonetta un po’ leziosa.

Ed ecco la splendida ballata oscura di The Saddest Sound, il cui titolo parla da solo, affidata agli splendidi arpeggi chitarristici e ai sommessi effetti elettronici.

Misericordia, con il suo pianoforte avvolto da rumorosità sempre più incombenti, memore di alcuni passaggi dei Sonic Youth, chiude infine questo splendido album, intriso di oscurità, mistero, sperimentazione e dolcezza.

Un album perfetto per introdurci nel migliore dei modi in questo autunno oramai incombente, con le sue atmosfere morbide e languide a cui abbandonarsi piacevolmente. Onestamente non si poteva chiedere di meglio.

 

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Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 5 voti.
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REBBY 6/10

C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 11:58 del 28 settembre 2007 ha scritto:

mh interessante

ci informeremo... Ottima rece cmq. Te lo dicevo io che potevi far bene anche sulle new releases

gerogerigegege alle 18:45 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

band che può passare inosservata ai più, ma credetemi, li ho visti dal vivo poco tempo fà e hanno spaccato il culo ai passerotti!

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 16:56 del 7 ottobre 2007 ha scritto:

mi sono informato

e sono rimasto piacevolmente sorpreso, soprattutto dal primo disco omonimo. Il secondo e questo mi sembrano una spanna sotto ma cmq di pregevole fattura. Gruppo molto interessante cmq, in generale azzecca i confronti con Nick Cave (quello più tenebroso), Black Heart Procession e volendo si potrebbe tirare dentro l'ala "noir" dell'ultimo rock (The National su tutti)

Dani.violetta (ha votato 8 questo disco) alle 14:17 del 14 ottobre 2007 ha scritto:

Li ho conosciuti grazie proprio all'ottima recensione... e mi sono piaciuti. Bel disco. Sottovalutati.