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R Recensione

7/10

St. Vincent

St. Vincent

Descritto alternativamente dall’autrice come "un disco da party da suonare ad un funerale” e l’opera  più estroversa finora realizzata, “St Vincent”,  di Annie Clark, è un condensato quasi perfetto di pop ed elettronica.

Occorre un po’ di tempo per penetrare la spessa cortina digitale che si erge ai primi ascolti, ma la vera sostanza delle canzoni  è basata sui canoni classici, ossequiati o stravolti a seconda dei casi, seguendo una ispirazione che, come spiega l’autrice, riflette i cambiamenti improvvisi ed inaspettati che possono capitare alle persone. “Come accade durante un attacco di panico o un momento di ansia”. Dopo la collaborazione con David Byrne con “Love this giant”, ed i seguenti tours, Clark ha ripreso il filo di una carriera giunta con questo al quarto lavoro solista, facendo tutto o quasi da sola (uniche collaborazioni dai batteristi di Sharon Jones & The Dap-Kings, Homer Steinweiss e di Midlake, McKenzie Smith), per creare un piccolo universo di sentimenti e disagi del vivere odierno,  ben rappresentata dal singolo “Digital witness”. E’ l’episodio più vicino alla recente esperienza con Byrne, con il suo refrain di fiati “in marcia”, ed ironizza sulla necessità di visibilità degli umani contemporanei: “what’s the point of ever sleeping, if i can’t show it?”.

Nonostante i beat, non c’è gelo da queste parti, semmai le tracce di una inquieta personalità e di un ever changing mood che comporta variazioni di clima emotivo e musicale abbastanza decise fra un episodio e l’altro. “Rattlesnake” si inarca e sibila come il serpente del deserto di cui racconta, riportando un episodio accaduto realmente all’autrice,  ed, insieme a “Birds in reverse”, anch’essa sghemba e funky, costituisce il debito più diretto e sincero al mondo dei Talking Heads. “Prince John”, “I prefer your love” e la conclusiva “Severed crossed fingers” (quel synth iniziale dove lo abbiamo già sentito?) dimostrano che Annie conosce molto bene l’arte della ballad evitando le trappole dell’ovvio e già sentito. 

Huey Newton” è un piccolo capolavoro, rivoluzionaria anche nell’architettura: parte come una marcia condotta da  percussioni e tastiere, si stoppa su un volo di synth e deflagra in un refrain degno di un classico hard rock dei ’70. ”Bring me your loves” è un’altra diavoleria elettro rock in bilico temporale fra passato e futuro, mentre il finale è riservato alla parte più vicina al pop del campionario, con la filastrocca di “Psychopath” e la ritmata “Every tear disappear”. Classica, spiazzante, rassicurante ed imprevedibile, Annie Clark è la cantautrice che occorreva per questi tempi.

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Voto degli utenti: 7,7/10 in media su 16 voti.
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creep 8/10
andy capp 8,5/10
gramsci 6,5/10
REBBY 8,5/10

C Commenti

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salvatore (ha votato 9 questo disco) alle 0:29 del 17 marzo 2014 ha scritto:

Lepo (ha votato 7,5 questo disco) alle 16:20 del 21 marzo 2014 ha scritto:

Bel lavoro, fino a "I prefer your love" tutti ottimi pezzi. Dopo cala un pò, ma azzecca comunque due pregevoli canzoni quali Psychopath e Severed Crossed Fingers. Copertina iconica, con lei che pare uscita da un film di Tim Burton a troneggiare su quello sfondo asettico.

REBBY (ha votato 8,5 questo disco) alle 14:03 del 22 aprile 2015 ha scritto:

Il suo miglior album e tra i migliori dell'annata appena trascorsa imho. Il talento l'ha sempre dimostrato, ma stavolta l'ha reso concreto eheh

gcicalese (ha votato 8 questo disco) alle 2:44 del 18 agosto 2015 ha scritto:

Svolta definitiva verso la maturità artistica della Clarke, in ottima forma in parecchi pezzi del disco, alcuni dei quali sorprendono per l'approccio compositivo non usuale... Ottimo album, risulta sempre fresco anche dopo parecchi ascolti.

Marco_Biasio alle 18:03 del 9 gennaio ha scritto:

Birth In Reverse è fuori dalla grazia di dio. Meglio ancora delle sue fonti di ispirazione!

LucaJoker19_ (ha votato 9 questo disco) alle 23:35 del 12 gennaio ha scritto:

amo troppo questo disco .. per me il suo capolavoro definitivo