Atlas Sound
Parallax
Eccolo lì, ripreso come un novello Lou Reed, con il volto sezionato da un netto chiaroscuro, quasi a voler lasciare all’ascoltatore il compito di scandagliare il suo lato più inconscio. Bradford Cox non è mai apparso sulla copertina di un suo lavoro, vuoi per timidezza, vuoi per mancanza di sicurezza. Ora lo fa per la prima volta e si fa fotografare in una posa da crooner navigato, come se finalmente avesse preso coscienza della statura acquisita nell’ultimo scorcio di decennio. E in fondo ha ragione, perché è inutile girarci intorno: Cox è il massimo interprete della scena indie degli ultimi anni. E per prolificità (praticamente un disco all’anno) e per qualità (nessun disco meno che buono, se si esclude qualche divertissment da cameretta).
Se i Deerhunter ormai sono una vera e propria istituzione, nel progetto Atlas Sound il nostro Bradford ha sempre rivelato il suo volto più introspettivo, trasognato e fuori dal tempo. Un bisogno quasi terapeutico quello di pubblicare sotto questo moniker, un contenitore in cui riversare la propria intimità, l’anima più lontana dalle luci dei riflettori. È anche per questa impulsività alla base della composizione che i dischi a nome Atlas Sound tendono ad apparire sempre più sfilacciati rispetto a quelli prodotti coi Deerhunter, quasi come se lungo questi solchi Cox scriva più per sé stesso che per venire incontro alle aspettative dell’ascoltatore. E in effetti tra il primo disco, Logos e Parallax è difficile rintracciare una linea di continuità, che, se proprio dev’essere individuata, è da ricercare più negli umori generali che sul piano strettamente musicale. Comunque i due dischi precedenti, e in particolare Logos, vivevano di qualche grandissimo episodio (come dimenticare un pezzo come Quick Canal?), ma soffrivano di una mancanza di strutture coesive tra un passaggio e l’altro che quindi rendeva difficile un ascolto continuo e prolungato.
Con Parallax finalmente Cox approda a un formato album che denota un chiaro impianto generale e un ottima realizzazione in ogni singolo tassello. Un suono liquido, fluttuante, alienante, quasi da colonna sonora sci-fi: è questa l’impressione generale ricavata da Parallax, titolo che non a caso fa riferimento al sistema usato per misurare la distanza delle stelle dalla Terra. Un afflato cosmico che si esplica in atmosfere rarefatte e sfumate. Si avverte inoltre uno scarto minore rispetto alla musica targata Deerhunter, anzi questo disco sembra convergere verso i territori di Halcyon Digest, l’ultimo lavoro della band di Athens, per quanto riguarda la maggiore linearità dei brani, spesso squisitamente indie-pop. Come ben dimostrano la giostra colorata di Mona Lisa, con chitarre jangly in odore R.E.M., lo psych-pop spaziale della title-track, o la febbricitante cavalcata wave di Angel Is Broken, che tra frenate e ripartenze riporta con la mente ai tempi di Cryptograms. Il gioiello, comunque, di questa ricerca sci-fi-pop è Te Amo, quasi prog nel suo diramarsi in mille rivoli strumentali aprendo la strada al sorprendente cantato di Cox, che come un allievo di Jon Anderson libera apertamente la sua voce, qui limpida e pulita come mai altrove. Il lato più cosmico e sofferto del disco è invece rappresentato dallo splendido uno-due di Terra Incognita e Flagstaff, entrambe perse in un vagabondare meditabondo nelle zone più remote dell’inconscio, capaci di disegnare a partire da una semplice chitarra acustica e uno sfondo ambient paesaggi di straordinaria suggestività. Insieme a Doldrums (ambient-pop pianistico smarrito nel tempo), sono questi i brani che più ci danno la cifra del progetto Atlas Sound, che tra un’uscita e l’altra si sta ritagliando uno spazio che ormai non può più essere rilegato nei ranghi ristretti di un semplice side-project.
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