V Video

R Recensione

5,5/10

MGMT

MGMT

Andando dritti al dunque: la storia degli MGMT continua a farmi rabbia, perché la sensazione è che giri a vuoto laddove potrebbe diventare una storia da ricordare, dall’inizio alla fine. E invece mi sa che, avanti di questo passo, ne ricorderemo solo l’inizio (“Oracul Spectacular”, 2007), weird pop baracconaio e visionario il cui secondo termine, per volere della band stessa, è stato progressivamente eroso (“Congratulations”, 2010), come a dire: la nostra vera vocazione era sperimentare, ora che la truffa è compiuta e che ci siamo spacciati per una indie band da classifica, uscendo con una major, possiamo fare quello che ci pare.

In “MGMT” l’ambiguità del giochetto (ci fanno o ci sono? Lo fanno strano per scelta o è mancanza di talento?) prosegue, tanto da essere messa in mostra, nel modo più classico, almeno negli anni del vinile: un lato A più pop, un lato B più sperimentale. Il fatto che il lato A sia nettamente superiore all’insulso lato B fa scattare la rabbia: agli MGMT, checché ne dicano, riesce meglio il pop.  

E allora non si spiegano la confusione da emicrania di “A Good Sadness”, tutta incrostazioni e raschiamenti in una dimensione aritmica, né il vuoto cosmico di “Astro-Mancy” o “An Orphan Of Fortune” (i Flaming Lips, sì, nel peggiore dei mondi possibili), né la ninna-nanna drogata di tropicalismo di “I Love You Too, Death”, con il cameo di un pop scemo ma talmente scemo (“Plenty of Girls in the Sea”) che diventa una meta-canzone sulla propria capacità di scrivere belle canzoni sceme. E quindi manco te la godi come potresti (→ altra rabbia).

Non si spiegano, dico, perché il pop psichedelico del lato A convince, tanto più per i suoi colori tutt’altro che sgargianti: si gioca all’horror pop giocattoloso (“Mystery Desease”), ai Pulp rifatti in uno status di intontimento (“Introspection”), al demenziale che demistifica e in due minuti distrugge (“Your Life Is A Lie”), alla dissonanza capace di continue svolte e balocchi geniali, con la batteria pesantissima che sballotta in uno sbrilluccichio di chitarre e bleeps spaziali (“Alien Days”).

Come usare bene a metà (quindi male) il privilegio di poter fare ciò che si vuole.

V Voti

Voto degli utenti: 6/10 in media su 3 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
Lepo 6,5/10
plaster 6,5/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Lepo (ha votato 6,5 questo disco) alle 8:40 del 14 ottobre 2013 ha scritto:

D'accordo col rammarico per quella che potrebbe essere una delle migliori pop band sulla scena (il primo album prometteva non bene, di più), però non condivido del tutto l'analisi sulle singole tracce: il pop drogato ed inconcludente di alien days e in particolare di your life is a lie lo trovo irritante, preferisco, a questo punto, quando la "fanno di fuori", con i pezzi-sberleffo della seconda parte dell'album. Le mie preferite sono comunque quelle che vanno da cool song 2 a introspection, a conferma di quanto già scritto correttamente nella recensione, ovvero che l'arte de-costruttiva totalmente svincolata dal pop, applicata agli mgmt, non sposta nulla nello scenario musicale odierno.

Marco_Biasio alle 10:39 del 14 ottobre 2013 ha scritto:

Ma è voluto il richiamo a Be Here Now degli Oasis nella copertina?