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R Recensione

6/10

Quilt

Held in Splendor

Ai Quilt piace giocare con il passato, con la memoria sedimentata. Partiamo dal nome: il “quilt” è la trapunta imbottita a trame colorate, che tutti noi siamo abituati ad associare ad un'idea confortevole e rassicurante di quotidianità. Non meno rassicurante l'effetto provocato dal sound della band americana: la loro ricerca sonora è tutta tesa alla rievocazione di fragranze collocate a cavallo tra i più idealizzati anni Sessanta e Settanta, che ammiccano al sentire complice -più o meno genuino, a forza di ricamare sul passato- dell'ascoltatore. Una cosa è certa: oramai, in tempi in cui dire “pop” è la stessa cosa di dire “collage temporale”, vince chi si cala nella parte con più disinvoltura e naturalezza.

Il gioco è fatto: a partire dalla prima traccia (Arctic Shark) siamo catapultati in un cortocircuito spazio-temporale dove il gioco di innesti si sviluppa in tutta naturalezza. Uno spazio ibrido dove si mischiano twee-pop, garage e rock psichedelico senza soluzione di continuità. Così in Mary Mountain, divagazione psichedelica dove i Sixties più puri della prima sezione -pienamente 13th Floor Elevators- si sciolgono in una coda acida che nel frattempo è passata per la digestione Paisley anni '80; o in Saturday Bride, perla psych-pop che colma con scioltezza lo spazio tra Monkees e Foxygen; o ancora nelle circolarità ipnotiche e nelle stilettate d'organetto di Secondary Swan.

Dal folk-rock di Eye of the Pearl e The Hollow, al garage west-coast di A Mirror, passando per la swingante e acida The World is Flat, (senza contare i bozzetti zuccherini, così vicini alla sensibilità di una Cate Le Bon, di Tie Up the Tides e Just Dust), l'album passa in rassegna una molteplicità di tonalità cromatiche e di registri, erigendo un piccolo simulacro di situazionismo sonico. Si gioca -di fatto- con i rimandi, si plasmano e si estrapolano dall'originario contesto pose e sonorità, si ricerca maniacalmente l'assonanza.

Operazione che, seppur capace di far scorrere il tutto con leggerezza, non è esente da difetti: tirate le somme molto di quanto sentito risuona come puro esercizio di stile, questa volta sì passatista. Manca l'afflato contemporaneo, la spinta ad una vera rielaborazione. Rimane una tavolozza di colori destinati a spegnersi, senza lasciare un'impronta davvero significativa.

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