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R Recensione

9,5/10

The Millennium

Begin

La storia del pop è da sempre una storia di produttori geniali: Phil Spector e Joe Meek, con il loro approccio futurista e innovativo, Sam Phillips e il rock'n'roll, Don Kirshner e la sua scuderia Brill Building, Berry Gordy e la Motown, per non parlare del George Martin "quinto membro" dei Beatles. Il produttore definisce la visione, guida l'artista (in maniera più o meno dittatoriale, oppure assecondandone maieuticamente la personalità), struttura il soundscape, mette a fuoco un timbro, un marchio di fabbrica (si pensi a Steve Albini).

Curt Boettcher, nome obbligatorio in una qualsiasi classifica dei migliori produttori di sempre, era capace - come molti altri del suo mestiere - di dominare tutto il processo creativo, dalla produzione al songwriting, dall’arrangiamento all’ideazione di tecniche sperimentali, rappresentando una delle più importanti figure del suo tempo: tra i padri putativi del sunshine pop, Boettcher mise la sua peculiare visione al servizio di band di culto come The Association e Eternity's Children, partecipando come musicista e autore, assieme al produttore dei Byrds Gary Usher, alle esperienze estemporanee ma fondamentali di Sagittarius e Millennium, due band cruciali per la definizione dell’estetica sunshine e baroque pop californiana di fine anni Sessanta.

Il progetto Millennium prende forma dai Ballroom, band in cui militavano Boettcher e Sandy Salisbury, e si completa grazie all’ingaggio dei chitarristi Michael Fennelly, Lee Mallory e Joey Stec (in tutto sono cinque le chitarre in organico, se contiamo anche Curt e Sandy), del batterista Ron Edgar e del bassista/tastierista Doug Rhodes, entrambi provenienti dall’esperienza Music Machine, assieme al co-produttore Keith Olsen. Pubblicato nel luglio del 1968, "Begin", primo e unico lavoro dei Millennium, è un incredibile capolavoro, perfetto sotto ogni aspetto, punto di arrivo e di partenza per la psichedelia, il pop barocco, il rock progressivo, correnti plurime cristallizzate in una manifestazione artistica senza tempo. Non solo: in "Begin", come racconta David Howard in "Sonic Alchemy", si sperimenta alla grande, utilizzando per la prima forma un registratore a sedici tracce, manipolando i nastri, giocando con l'effetto reverse sugli eco, mescolando musica elettrica e strumenti tradizionali, sontuosi arrangiamenti orchestrali e complessi overdubbing di armonie vocali, risonanze e timbri inusuali, per un vero e proprio wall of sound di effettistica all’avanguardia. Da notare, inoltre, l’approccio totalizzante - una forma di DIY in anticipo sui tempi - con il quale il produttore-musicista si impossessa della lavorazione dell’album, sottraendolo al controllo della Columbia: “we produces ourselves […], half of the Millennium’s production staff is in the group and actually play. In effect, all of us are producers”, dichiarava un Boettcher eccessivamente democratico (basti leggere questa intervista di Michael Fennelly per capire cosa intendo) alla rivista losangelina Open City.

Si parte con "Prelude", sorta di trip hop ante tempore (con tanto di loop di batteria) in salsa fieristica, tra arrangiamenti di clavicembalo e ottoni che imbastiscono il tema della successiva "To Claudia On Thursday", delicatissima e sognante, scritta da Michael Fennelly e Joey Stec, perfetto connubio corale di sunshine pop e bossa-nova, impreziosito da un basso tondo e plastico e dall'intervento esotico della cuíca brasiliana. La scaletta non smette mai di stupire: una dopo l’altra si avvicendano perle come "I Just Want to Be Your Friend" e "I'm With You", colme di preziosismi in sede di arrangiamento, tra tenue psichedelia, acid rock e elementi da camera, senza contare il caldo blue-eyed soul di "Sing to Me", la sperimentazione timbrica del guitar pop di “It’s You”, con ogni elemento espanso in un coacervo di loop vocali e pennate sorde di chitarra, il country rock alla Byrds (con “My Girl” dei Temptations citata tra le righe) di "Some Sunny Day", l'hard rock gonfio e spazioso di "The Kow It All", o la psichedelia barocca e visionaria di "Karmic Dream Sequence #1", profondo lavoro su nastri e suoni astratti (la coda è davvero qualcosa di mai sentito).

Gemme tra le gemme la splendida "5 A.M.", scritta da Sandy Salisbury, variopinto bozzetto sunshine condotto da un basso giocoso su una ritmica a base di bongos e su vaporose correnti di armonie vocali; "The Island", scritta da Curt Boettcher, sonnacchioso folk-pop di sonorità molli e narcotizzanti e corredo di effetti tropicali; "There Is Nothing More to Say", firmato dalla coppia Boettcher/Mallory, favoloso ed enfatico inno psych-pop striato dalle chitarre in tape reverse e dalle magniloquenti sovra-incisioni di armonie corali che seguono il continuo e drammatico crescendo del brano.

Costato un'immensità (100mila dollari) e non seguito dal dovuto riscontro commerciale, "Begin" è reso ancora più affascinante dal suo essere "fallimentare". Troppo avanti allora, oggi è uno scrigno delle meraviglie capace di dispensare tutto il suo potere creativo. Di cinquantenni così, in giro, se ne vedono pochi.

We’re not tryign to appeal to the Underground market, because it really doesn’t exist. We’re over ground” - Curt Boettcher, 1968

*Buona parte delle informazioni per questa recensione sono state reperite QUI.

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Voto degli utenti: 8,8/10 in media su 2 voti.
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zagor 7,5/10
Lepo 10/10

C Commenti

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zagor (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:26 del 11 luglio ha scritto:

Bel disco, che miscela abilmente Bacharach e i Love piu' morbidi e solari ( quelli di "Que Vida" e "She comes in colors"). Un filo troppo zuccheroso nei brani piu' prettamente pop, anche se la psichedelia di Karmic Dream Sequence da sola vale il prezzo del biglietto. Ottima recensione.

Cas, autore, alle 13:50 del 11 luglio ha scritto:

grazie zagor! io lo trovo sempre più fenomenale: dietro la patina sunshine c'è un mondo di sperimentazione sonora, a tratti visionaria. peraltro questo mese cade il 50esimo anniversario del disco.