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R Recensione

7,5/10

Alphaville

Forever Young

Ci sono due cose che stupiscono riascoltando l’album di debutto dei tedeschi Alphaville, a trentasei anni dalla sua uscita e dopo la sua recente ripubblicazione, nel 2019. La prima è che gli Alphaville rappresentano uno di quei casi emblematici della scena synth-pop/new wave in cui il primissimo lavoro combacia anche con quello che consacra una band al successo commerciale mondiale; la seconda riguarda il fatto che ancora oggi la band continua a subire una forma di oscurantismo, sia da parte del grande pubblico affezionato ai tre singoli più celebri – Forever Young, Big in Japan, Sounds like a melody, tutti contenuti in questo disco – sia da parte del “pubblico colto”, che considererebbe un’insensatezza adolescenziale accostare in un’ipotetica classifica il nome Alphaville a quello dei maggiori templi del synth pop anni Ottanta (i Talking Heads di “Remain in the Light”, gli Echo & the Bunnymen di “Crocodiles” e “Ocean Rain”, i Japan di “Tin Drum”, i Tears for Fears di “The Hurting”, e ci siamo capiti).

Ma qui non si tratta di fare un lavoro di speleologia, per rimediare alle sviste di chi ha sepolto o ignorato artisti fondamentali, pietre preziose (e non miliari) relegate ormai a una nicchia di nostalgici, bensì di giurisprudenza. Che ci crediate o no vive infatti una larga fetta di ascoltatori che pensava, ascoltando le hit di Marian Gold (mentre questi, già famoso nel gennaio del 1984, lavorava nella cucina di un ristorante) che ascoltare Alphaville equivalesse ad esempio ad affermare, tra gli strapaesani, che Tenco fosse peggio di Donatella Rettore (con sua buona pace). E come loro: Human League, Heaven 17, i primi Duran Duran e molti altri. Una delicata questione, insomma, di diritto. Ebbene, sfruttiamo la onnipresente risorgenza pop della decade del synth che ci attraversa in questi anni, per sfrangiare certi insopportabili snobbismi di una signoria di banno che è in grado solo di fare confusione.

Anzitutto “Forever Young” non è un album esotico: non racconta uno strano Giappone ossigenato come quello dei Japan, non racconta una Bangkok corrotta e immaginifica come quella che Murray Head faceva ballare nelle discoteche, né l’Africa di David Paich o l’Australia dei Men at Work, ma semmai una certa Europa e una certa Germania di inizio anni ‘80. Parliamo naturalmente del singolo Big in Japan e del riduzionismo che ha portato a considerare gli Alphaville la band autrice di questo singolo di successo e poco più. Forse al pubblico questo aneddoto è meno noto, ma l’espressione “to be big in Japan”, in una traccia di certo musicalmente evocativa di un mondo che è quello sino-giapponese, ha a che fare sì con l’idea del paradossale successo che alcune band occidentali riscuotevano in Giappone e non in Europa o in America (“è facile quando sei grande in Giappone”), ma il brano affronta in realtà le difficoltà di una coppia alle prese con l’eroina. Ed è la suggestione non del Giappone, ma una Berlino (Berlino Ovest, precisamente) irripetibile ed suggestiva che colpisce l’immaginario di questi giovanissimi ragazzi. 

Berlino viene dipinta con gli spruzzi espressionistici di Summer in Berlin, dove si mescolano fotografie di una città manichea, una città dove vivere “un sogno silenzioso” nell’incrocio di una strada, respirando l’aria di piombo e la polvere dei parchi, e dove la vita, che scorre tra enormi feste vicino alla cortina di ferro e ai carri armati, sembra a fault of grace. Stessa cosa accade per la famosissima Forever Young, scambiata per un inno romantico e graalico fine a sé stesso, ma che in realtà racconta più direttamente la minaccia atomica e, quindi, le illusioni dei giovani berlinesi di fronte a una città percepita come precaria e instabile a causa della Guerra Fredda: “sperando per il meglio, ma aspettando il peggio. Sgancerai la bomba o no?”. To Germany with love è, come se non fosse abbastanza, un racconto epistolare di un emigrato che, forse con un po’ di amara ironia, scrive alla sua heimat, raccontando di “una guerra tra le guerre” (con tutta probabilità: una guerra mondiale): è forse il carme più politico dell’album, molto esplicito nei suoi riferimenti (la “nazione da incubo” hitleriana, evocata anche dalla “squadra del terrore” e dal “cambio di colore” delle bandiere, la “fredda nuova generazione”, i “topi moderni” (modern rat) e l’idea di una nuova rinascita (“fiorisci patria tedesca”).

Ma ci sono anche altri temi: c’è il desiderio misterioso e tagliente di Fallen Angel, il racconto di In the mood, dove l’inquieto e solitario Jacky, imprigionato davanti a uno schermo televisivo in una casa in collina, viene invitato dall’interlocutore a rivivere una vecchia felicità (“digita quel numero nelle tue lacrime, il numero per gli anni d’oro”), la liberatoria The Jet Set, jingle degli ideali impossibili, “anarchia, libertà” e “un pezzo della fine del mondo”, l’atmosfera orrorifica dell’hour of the wolf di Sound like a melody. Il gioco di lettere dei brani, così come sono disposti nella sequenza del disco, formano uno particolare acrostico in cui compare il nome del gruppo, ottenuto pescando alcune tra le vocali e le consonanti delle varie tracce: A victory for love, Summer in Berlin, Big in Japan, To Germany With love, Fallen Angel, Forever Young, In the mood, Sounds Like a Melody, Lies, The Jet set.

Ma ciò che rende davvero valido l’album di debutto della band di Marian Gold, Bernhard Lloyd e Frank Mertens, rispettivamente voce, drum machine e sintetizzatore (la santa trinità del synth pop), è la varietà sonora di tutto rispetto che lo contraddistingue. Se in Victory of love (simile in alcuni punti a Flash in the night dei Secret Service) si percepiscono, dal punto di vista vocale, chiare influenze bowieane, e lo schema rimane quello di un classico brano synth pop, dove il tappeto melodico si regge sui veloci staccati del synth (così anche Summer in Berlin, la più eccentrica Big in Japan, la ritmicamente spastica e derviscica Sound like a melody, che vocalmente assomiglia molto a un brano dei Cure), Forever Young è un brano totalmente melodico, onirico, bradicardico dal punto di vista delle percussioni, To Germany with love inizia con suoni d’oltremondo, oscuri, ventosi, come una casa infestata (gli spettri del recente passato di morte), per poi scoprirsi un brano funky, il più rock The Jet Set e soprattutto Lies sono spensierati brani da ballare, e Fallen Angels ha, sul finale, intenzioni corali e orchestrali. 

Tutt’altro, insomma, che giovanilismi di una band di margine. Un invito, piuttosto, a proseguire l’ascolto.

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