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R Recensione

7/10

Art Of Noise

(Who's Afraid Of?) The Art Of Noise!

Nei primi anni Ottanta, il produttore Trevor Horn ha avuto modo di collaborare con gli Yes per la realizzazione di “90125” (1983) e con gli ABC per confezionare l’elaborato ed affascinante “The Lexicon Of Love” (1982). La sua esperienza musicale decide dunque di addentrarsi nello sperimentalismo, studiando le potenzialità del sintetizzatore Fairlight CMI.

Il nuovo strumento made in Australia viene così testato in “Owner Of A Lonely Heart”, singolo di punta degli Yes e che indirettamente vedono la formazione degli Art Of Noise, ovvero Gary Langan e Jeczalik, a cui si affiancano Anne Dudley per gli arrangiamenti e il giornalista Paul Morley.

Incitati alla formazione di un gruppo, nel 1983 viene pubblicato un primo EP, “Into Battle With The Art Of Noise”: nascono gli Art Of Noise.

La pubblicazione del primo album ufficiale integra i singoli contenuti nell’EP (“Moments In Love” e “Beat Box”), concretizzando definitivamente gli esperimenti contenuti nella mente di Horn.

(Who’s Afraid Of?) The Art Of Noise” è infatti un insieme di esperimenti che giocano prevalentemente con il sampling, attività nascente che di lì a poco sarebbe stata adoperata nello sviluppo dell’hip-hop per i prossimi decenni.

Le strutture musicali si presentano dunque frammentate e apparentemente irregolari, ma unite da sottili strisce di tastiere e vocalizzi, arricchite da delicati spruzzi di sintetizzatori: così si completa il primo esperimento musicale, “A Time For Fear”. L’esempio più rappresentativo è dato però da “Beat Box”, singolo che qui ha subito una notevole dilatazione (otto minuti e mezzo) dove sampling di voci tribali fulminano continuamente giri di pianoforte e riecheggianti tocchi di batteria su cui si concretizza la struttura musicale. Non mancano parti più armoniche, dove i suoni industrial vengono ammorbiditi dai sintetizzatori, per poi frammentarsi nuovamente e lasciare spazio a campioni sonori di vario tipo (dal motore di un’auto alle gocce d’acqua di un rubinetto), per poi concludere con un pianoforte nitido e naturale, esulante dagli artifici delle tastiere.

Snapshot” è un breve esperimento in stile kraftwerkiano, dove i macinanti sintetizzatori vengono illuminati dalle tastiere, ma è interrotta bruscamente dal singolo successivo, “Close (To The Edit)”. Questo è più vicino a sonorità pop, collegando armoniosamente vocalizzi retrò e altri più moderni, nel mentre che frammenti di tastiere evaporano e si ritorcono. L’intervento delle percussioni tribali e di fresche tastiere completano un quadro interessante e ben riuscito. Il brano viene dunque allungato pericolosamente con qualche piccola variazione.

La title-track è una miscela di industrial, synth-pop e techno, ma al tempo stesso non è troppo meccanica per essere industrial, ha poche tastiere e decisamente meno armonica del synth-pop, ma non ha i ritmi della techno. Si tratta piuttosto di puro sperimentalismo dove fantasmi vocali scivolano rapidamente su un martellante sintetizzatore. Anche se a primo impatto appare un brano disordinato, si può notare un filo conduttore sottile, che permette di unire tutti i singoli samples.

Il brano che però distingue e rende “noti” gli Art Of Noise è “Moments In Love”, elegante incastro di suoni metallici ammorbiditi dalle tastiere, su cui la voce è una delicata ed affascinante ipnosi. La struttura musicale è di per sé monotona, con qualche piccola variazione nella scelta delle percussioni, per cui la longevità del brano è una pericolosa arma a doppio taglio, rischiando di rovinarne la sua pura bellezza. Eppure, quando il brano giunge alla sua conclusione, la dolce ipnosi creata viene a mancare, ed è come un brutto risveglio da un dolce sogno.

Memento” infatti abbandona i ritmi morbidi, e si traduce come una camminata irrequieta al canto di un campanile impazzito. A seguito di brevi minacce di organo, il brano si interrompe al suono dei cinguettii. Il campo sperimentale viene mantenuto da “How To Kill”, dove frammenti di voci, doloranti e imploranti, vengono contrapposti piangendo su delicati tocchi di tastiere, minacciati da continui ruggiti di macchinari in sottofondo. Si conclude poi con “Realization”, frammento più armonico dove voci registrate effettuano capriole su batteria e tastiera.

Benché non si tratti di un capolavoro, “(Who’s Afraid Of?) The Art Of Noise” costituisce un (piccolo) tassello nell’evoluzione della techno, così come per le tecniche di campionamento. Ne rappresenta un anello di continuità che critica e pubblico ne ignorano ingiustamente l’esistenza, che trova ottime espressioni in “Moments In Love”, “Close (To The Edit)”, “Beat Box” e “A Time For Fear”. Le tracce restanti costituiscono degli esperimenti abbozzati, meno riusciti dei precedenti ma comunque legati dal fatto che si è cercato qualcosa di nuovo.

Purtroppo gli Art Of Noise non conosceranno mai il successo, tantomeno l’armonia tra i vari membri che lo compongono. I litigi che seguiranno non faranno altro che aumentare e riflettersi musicalmente. Per noi, però, rimarranno sempre nell’armonia di “Moments In Love”.

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woodjack 7,5/10

C Commenti

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FrancescoB (ha votato 7 questo disco) alle 8:51 del 23 dicembre 2017 ha scritto:

Opera di grandissimo interesse, che fotografa bene l'epoca del reflusso post new-wave pur risultando originalissima e difficile da incasellare. Bella recensione