V Video

R Recensione

8,5/10

East India Youth

Culture of Volume

Il fortunato “Total Strife Forever” (2014, Stolen) aveva subito imposto William Doyle, in arte East India Youth, come grande promessa del synth-pop britannico. Una promessa che oggi, con il secondo “Culture of Volume”, conferma pienamente le aspettative più elevate, portando su un livello di assoluta eccellenza le buone intuizioni che facevano capolino nel primo album. Già, perché in fondo, nonostante la risonanza, quel primo episodio appariva sì ricolmo di idee ma non ottimamente congegnato, anzi disordinato e irrisolto, tra suite di spessa elettronica e prove di electro-cantautorato che sembravano non trovare una vera e propria sistemazione organica nel flusso sonoro.

Culture of Volume” si fa invece portatore maturo di una visione a tutto tondo, erigendo un monolite di "big music per sintetizzatori" dove l'approccio all'arrangiamento è imponente, sinfonico: gli strati di synth si sovrappongono e si intrecciano per creare solenni mura di suono, gli elementi si affastellano come in un mosaico, creando gonfie e ricche matasse in sviluppo ascensionale, in continua dilatazione. Ogni cosa, però, è al servizio di un songwriting altrettanto creativo e frastagliato, capace di unire eleganza formale ad inediti sviluppi futuristici. Come non pensare ad uno Scott Walker digerito prima da Gary Numan e poi da Owen Pallett?

Fatta eccezione per l'intro (“The Juddering”, rotore di synth a grana spessa sommerso da rumore bianco lentamente nebulizzato in coltri spaziali), l'intermezzo (“Entirety”, propulsione martellante di aggressiva dance music) e l'outro (“Montage Resolution”, mesmerizzante sampledelia di accordi minimalisti), l'album assegna un ruolo meno pregnante al formato strumentale, qui relegato perlopiù agli estremi come ideale cornice di un pulsante cuore left-field pop.

End Result” è il primo grande manifesto della maturità. Una successione di movimenti che procede per accumulo, dal loop iniziale ai rintocchi di vibrafono, fino all'intervento di un synth che -accostato alle partiture per archi e contenuto in un intricato reticolo ritmico- modulerà con la sua grana variabile il mood di un brano impegnato ad affrontare plurimi passaggi di stato, dalla sublimazione iniziale alla conquista di sempre maggiore densità, fino all'epica impennata della coda (uno straordinario exploit di synth baluginanti). Nemmeno il tempo di prendere fiato che il tappeto percussivo di “Beaming White” ci avviluppa nelle sue spire, tra movenze di plastico art pop alle Mew e cadenze electro in stile Pet Shop Boys. “Turn Away” procede solenne tra un fiorire di tastiere elettroniche che si ammassano per condurre le liriche di Doyle ad un'intensa cavalcata motorik dove sono metabolizzati a perfezione gli insegnamenti di Horrors e Toy (bello trovarli qui, segno di quanto pervasiva e versatile sia stata la loro proposta).

Il fatto che un brano techno-dance come “Hearts That Never” (pulsare ultrabasso della cassa misto ad un'effettistica vorticosa e scintillante, in un florilegio di effetti chiptune e di patterns breakbeat) si integri tanto bene nella scaletta è solo una delle tante occasioni per ragionare sulla compattezza di cui è dotato questo “Culture of Volume”: William Doyle ha connotato la sua proposta di una tale identità che ogni brano, pur nella sua piena autonomia, è saldamente integrato in una visione complessiva, ben maggiore della somma delle parti. Lo stesso discorso vale per i brani restanti: “Don't Look Backwards” è una sgargiante progressione melodica immersa nei riverberi di piano che ricorda il modo compositivo dei Junior Boys di “Last Exit” (ogni micro-elemento in perfetto incastro funzionale), mentre “Manner of Words” è il brano del perfetto equilibrio tra tensione drammatica/epica e gestione dei tempi, per un lento flusso dove scrittura e arrangiamento si completano e rinforzano reciprocamente (le liriche in sviluppo corale, i synth sempre più saturi che si sposano alla linea melodica punteggiata dalla tastiera), forgiando uno dei pezzi più coinvolgenti della scaletta.

Carousel” è però la vera mosca bianca di “Culture of Volume”: un diafano crescendo di volute sintetiche che creano una spianata algida, adatta perché la voce limpida di Doyle possa disegnare senza alcuna fretta una melodia dilatata, di intensità quasi devozionale, condotta verso un'inesorabile climax che si spegne in uno dei momenti più intensi che la musica pop sia stata capace di regalare negli ultimi anni (quel motivo dolente che lascerebbe presagire una stasi e invece è trasformato in estatica cascata d'organo).

L'irradiante caleidoscopio marchiato East India Youth ha una stazza davvero imponente, e ha il grande merito di forgiare un linguaggio unico ed imprevedibile, che sembra avere tutte le qualità per imporsi e superare la prova del tempo. I frequenti paragoni con i maestri Brian Eno e David Bowie, per quanto lusinghevoli, rischiano però di non centrare il punto: Doyle non bazzica i territori art-schizoidi del primo né le rigide ed alienate meccaniche berlinesi del secondo. “Culture of Volume”, per quanto debitore dei grandi del passato, è una gemma figlia del nostro tempo (da Tim Hecker ai Cut Copy, più tutto quello che c'è in mezzo ed attorno), capace di innovare immaginandosi il futuro e al contempo di parlare una lingua rassicurante, ancorata al presente. È il gioco del pop, bellezza. Ed era da un po' che non ci si divertiva tanto.

V Voti

Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 18 voti.
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Lepo 8,5/10
hiperwlt 6,5/10
loson 8/10
B-B-B 8,5/10
Senzanome 8,5/10
zebra 6,5/10
Lelling 8,5/10

C Commenti

Ci sono 23 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:56 del 15 maggio 2015 ha scritto:

L'ho ancora ascoltato poco, ma non ci vuole molto a capire che si tratta di un discone, siamo quasi ai livelli di Lights And Offerings dei Mirrors. Turn Away è già tra i miei pezzi dell'anno, assolutamente azzeccato il riferimento ai Toy, io ci vedo in generale una certa grandeur progressive anche nella melodia epica del ritornello. Bellissima la recensione, molto precisa e puntuale

Cas, autore, alle 10:49 del 17 maggio 2015 ha scritto:

grazie Lepo! i Mirrors sono un riferimento azzeccatissimo: ho ripreso l'ascolto del loro "Lights and Offerings" in questi giorni... che disco! tu però dici "quasi" ai livelli eh? sono sicuro che con gli ascolti Doyle -che fa da solo quello che i Mirrors facevano in tre eheheheh- si rivelerà almeno alla pari

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 12:50 del 17 maggio 2015 ha scritto:

Vedremo vedremo ghgh ... Intanto posso dire che vederlo dal vivo è bellissimo:

Fantastico quando sul finale passa dal tastierone al basso per la coda kraut

loson (ha votato 8 questo disco) alle 18:07 del 8 luglio 2015 ha scritto:

Lepo i Mirrors un po' ce li sento anch'io, però in questo disco ci sono anche delle canzoni (dato da non sottovalutare eheh ;D).

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 14:34 del 9 luglio 2015 ha scritto:

Boh, dai, di canzoni ce n'erano anche lì e alcune di livello assoluto! In ogni caso, dopo qualche mese posso dire che i due dischi a questo punto per me si equivalgono nel giudizio, sebbene siano sostanzialmente diversi, pur affrontando un genere simile: più dandystico, ma anche più paranoico questo Culture Of Volume, più emotivo quell'altro. Oltre a Turn Away, End Result e Manner Of Words le mie preferite.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 17:39 del 9 luglio 2015 ha scritto:

Non so, i Mirrors li concepisco in termini di suono: è l'aspetto col quale li identifico (e quel suono in "Colture of Volume" lo sento solo in Turn Away), le canzoni non le ricordo affatto e all'epoca mi sembrarono piattine. Anche dell'ultimo pezzo del loro disco, per dire, ricordo la coda spacey ma non la canzone. Magari lo riascolterò.

Lepo (ha votato 8,5 questo disco) alle 12:11 del 10 luglio 2015 ha scritto:

Beh, però anche qui non è che l'aspetto sonoro non sia primario, cioè, io non me li vedo questi pezzi a funzionare con voce e chitarra acustica! ;D Io ho visto similitudini soprattutto nell'approccio molto stratificato, epico e spacey-psichedelico al synth pop tra i due dischi, però in effetti come dicevo alla fine i risultati sono piuttosto diversi, soprattutto nel songwriting.

Sor90 alle 16:24 del 15 maggio 2015 ha scritto:

Disco che rappresenta un passo in avanti rispetto all'esordio, per me. Lo trovo ancora un po' dispersivo (specie in coda), ma come dici Matteo, ha il pregio di essere figlio del nostro tempo. Ecco, se molti dischi synth pop hanno questo come punto debole, di certo non vale per "Culture of Volume". Per ora preferisco i pezzi più dance "Beaming White" e "Heart That Never" oltre alla mosca bianca "Carousel", un pezzo da camera per synth, in pratica.

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 10:41 del 17 maggio 2015 ha scritto:

vabbe' me lo compro direttamente..... i nomi citati nella rece e nei commenti mi piacciono tutti....Scott Walker (voto 10), Gary Numan (10), Owen Pallett (9), Pet Shop Boys ( 8 ), Mew (7), Horrors ( 8 ), Toy (9), Junior Boys (9), Brian Eno (10), David Bowie (10), Tim Hecker (7), Cut Copy( 8 ), fino ai mai troppo tributati Mirrors di 'Lights And Offerings' (9).

Cas, autore, alle 10:55 del 17 maggio 2015 ha scritto:

compra compra, non ti deluderà! potrei anche aggiungere un'altra citazione: "Neil Hannon votato al synth pop". qui dentro c'è una sensibilità pop "colta" e al contempo irresistibilmente divertente. davvero, chamber synth (come dice Vito per "Carousel") che incontra la club music...

target alle 11:19 del 17 maggio 2015 ha scritto:

Aver dato ai Toy e ai Junior Boys (??) un voto più alto che ai Pet Shop Boys, Paul, ti squalifica per sempre dai miei interlocutori. Ciao, è stato bello!

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 11:56 del 17 maggio 2015 ha scritto:

ahah ma noooo semplicemente i psb nel corso di lunghi anni hanno avuto modo di fare qualche passo falso....

Cas, autore, alle 12:33 del 17 maggio 2015 ha scritto:

e poi diciamolo che i JB con un solo disco (Last Exit) se sono magnati mezza elettronica degli ultimi 15 anni

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 14:14 del 17 maggio 2015 ha scritto:

vero riguardo last exit, io non sottovaluterei neanche il più "ordinario" so this is goodbye.

NDP88 (ha votato 6 questo disco) alle 16:29 del 20 maggio 2015 ha scritto:

Apprezzo la tua passione ma non vorrei che tu abbia confuso un disco gradevole con un capolavoro.

Cas, autore, alle 10:51 del 9 giugno 2015 ha scritto:

spero proprio di no!

riascoltandolo continuo a trovarlo una spanna al di sopra dei molti buoni (e meno buoni) dischi electro pop/synth pop e simili degli ultimi anni. si tratta di un capolavoro? be', non è un fatto scritto nelle note di copertina, ma una questione di interpretazione, consenso (vedremo col tempo), influenza, risposta del pubblico...

hiperwlt (ha votato 6,5 questo disco) alle 16:35 del 14 giugno 2015 ha scritto:

Percepisco, per ora, un certo contrasto, una sorta di bias tra l'aspetto sonoro e quello vocale. Non che non si incontrino, ma l'effetto a volte è un po' dissonante. Non è sicuramente un esempio ideale, ma nello specifico è un po' la stessa impressione che ho avuto col John Grant di "Pale Green Ghosts" - che, diversamente, reputo un grande disco. Certi suoni e tirate si fanno apprezzare (quelle techno di "Entirety", per dire), ci sono momenti emozionanti (l'epica "Carousel", apice del disco) e altro da mandare in loop ("Manner of the World", tipo): secondo me, però, ciò non basta per farne un grande disco. Aspetto ancora col voto

hiperwlt (ha votato 6,5 questo disco) alle 16:36 del 14 giugno 2015 ha scritto:

ps: non condivido l'entusiasmo, ma grande Cas a mettere davvero a fuoco il disco

Clabbio86 (ha votato 7 questo disco) alle 18:29 del 20 giugno 2015 ha scritto:

Bell'album, al primo ascolto colpisce tantissimo..poi forse si rivela per quello che effettivamente è, un buon album ma non un capolavoro.

loson (ha votato 8 questo disco) alle 18:06 del 8 luglio 2015 ha scritto:

Matteo e William impeccabili.

B-B-B (ha votato 8,5 questo disco) alle 11:21 del 10 luglio 2015 ha scritto:

Primo ascolto e già mi piace moltissimo.. Per adesso, sono sullo stesso voto che ha dato il recensore, ma ovviamente dovrò riascoltare.

P.S: Buona recensione

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 12:02 del 10 luglio 2015 ha scritto:

mi sa che alla fine sono leggermente meglio le premesse e la recensione rispetto al disco, mancano delle melodie veramente ficcanti, i suoni molto belli.

REBBY alle 11:55 del 16 febbraio 2016 ha scritto:

"William Doyle ha connotato la sua proposta di una tale identità che ogni brano, pur nella sua piena automia, è perfettamente integrato in una visione complessiva, ben maggiore della somma delle parti." Perfetto!

Le mie preferite, al momento, sono Carousel e Manner of words, ma a differenza degli album di Mirrors e Cut copy, qui citati, è l'opera nel complesso ad emergere non qualche singolo brano. Magari i modelli di riferimento saranno anche gli stessi, non so, ma questa proposta mi pare ben più originale, articolata e contemporanea.