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6,5/10

Ghost Culture

Ghost Culture

È un disco che si costruisce su un’antitesi, il debutto del 24enne londinese James Greenwood, ossia quella tra la sua voce tenue e la geometrica durezza dei synth alle sue spalle. Non è una novità, e niente, d’altronde, in “Ghost Culture”, suona nuovo: Bernard Sumner che canta i New Order era-“Technique” viene in mente a ogni piè sospinto, oltre che per la vicinanza di certe linee vocali, anche per l’uso quasi psichedelico e alienante di alcuni bleeps (un po’ come in “Fine Time”).

Il synth pop di Ghost Culture ama le costruzioni complesse, a volte quasi involute, piuttosto che la simmetria pop, girando quasi sempre al largo dalla pista da ballo. È dunque musica da cantieri e quartieri grigi (l’inizio Depeche Mode di “Mouth”), mai veramente sporcata o impeciata di rumore, come spesso aveva amato fare il decennio scorso nel suo revivalismo ’80 (vd. Cold Cave, Blank Dogs e dintorni). I suoni sono puliti, solo amplificati e fatti oscillare da effetti che sembrano sfasare i piani in continuazione, come in un incubo architettonico pieno di illusioni ottiche (“Arms”, nel cui finale i beats iniziano persino a mitragliare), cui contrasta, per l’appunto, la voce tranquillamente rassegnata di Greenwood.

Il rischio dell’assuefazione viene evitato con l’inserimento di alcuni numeri meno ispidi e metallici (“How”, “The Fog”, “Glaciers”, downtempo quasi trip hop guidata da una voce e da accordi di tastiera in totale deliquescenza: Morcheeba più che Massive Attack) e soprattutto con un paio di pezzi da dancefloor, tra cui spicca “Lucky”, forse l’unico episodio nel quale Greenwood sfoggi un autentico talento electro, con rimando a certe screziature electro pop fine anni ’90 qua stonate dai continui cambi di tonalità. Nonostante queste varianti minime, il complesso del disco risulta un po’ troppo uniforme, anche al di là della grammatica del genere.

Ne esce un lavoro che potrebbe paradossalmente piacere di più a chi il synth pop lo bazzica meno, se si considera quanto tenda a emergere uno stile di songwriting delicatamente rétro che potrebbe funzionare con mille altri arrangiamenti (“Lying”, in una versione indie pop venato di tropicalia, sarebbe perfetta). Comunque, da tenere d'occhio.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Cas alle 11:22 del 30 gennaio 2015 ha scritto:

Il ragazzo ha un gusto sopraffino che ondeggia tra synth pop ottantiano e elettronica anni novanta (penso alla seconda parte di "Arms", praticamente un tributo a certa acid house). E poi sì, c'è lo sporco di gente come Cold Cave, ma anche le superfici rifinite dei Junior Boys ("How"). Un buon esordio.

AndreaKant (ha votato 7 questo disco) alle 17:14 del 2 febbraio 2015 ha scritto:

bello...e che sound!

ci voleva un album così