Japan
Quiet Life
I Japan sono solitamente adulati per i loro anni con la Virgin durante i quali licenziarono due eccellenti album in studio ed uno dal vivo: per converso, sono sempre stati catalogati frettolosamente e con alterigia i loro primi tre lavori per la Hansa/Ariola, lavori che meritano certamente più attenzione di quanta ne abbiano avuta in passato.
In particolar modo Quiet Life, anello di congiunzione tra le spigolose composizioni degli esordi e l’eleganza formale dagli arrangiamenti sempre più ambiziosi che caratterizzerà gli ultimi due lavori in studio.
La formazione che darà vita a Quiet Life è la stessa dei due predecessori: guidati dal carismatico David Sylvian, languido vocalist/compositore dalle movenze sofisticate, i Japan si avvalgono di un prezioso bassista/sassofonista di origini cipriote: Mick Karn; synth & keyboards sono affidati ad un vecchio compagno di scuola, capitano della locale squadra di calcio: Richard Barbieri (da più di dieci anni a questa parte pedina inamovibile nei Porcupine Tree); nonché Rob Dean, chitarra, e Steve Jansen, fratello di Sylvian (vero nome Batt) alla batteria.
I Japan sono una band ossessionata dal gusto estetico, dall’eleganza formale e da decadentismi vari: neanche sfiorati dall’uragano punk, i cinque guardano dritto in direzione del Bowie 76/77, respirano a pieni polmoni le sghembe armonie dei Can (Sylvian collaborerà con Holger Czukay anni dopo), nutrono infinita stima per il sacrale art rock dei Roxy Music, e non è un caso se per produrre questo album scelgono, anche se solo in seconda battuta, John Punter, l’uomo nella stanza dei bottoni degli album storici della band di Bryan Ferry.
Se Fall In Love With Me e Halloween precorrono umori new romantic che saranno popolarizzati da Visage, Associates, Duran Duran e compagnia, altrove il suono diviene più introspettivo, il croonering di Sylvian si appoggia perfettamente sui misurati tocchi di piano di The Other Side Of Life, mentre in Alien il lavoro al basso fretless di Karn è seducentemente oscuro e va a contrappuntare break di fiati per un riuscitissimo crossover di oriente blackizzato. Come nella stessa In Vogue: ipnotici loop di synth, il solito basso gommoso a rendere obliqua la melodia, voce armoniosa quanto passionale. Trova spazio anche una cover dei Velvet Underground che diverrà singolo di successo qualche anno più tardi, All Tomorrow's Parties.
A gettare un ponte ideale verso i lavori successivi è la splendida Despair: i Japan indossano il kimono, sei minuti meditativi in cui convivono il minimalismo spirituale di Ryuichi Sakamoto e le fascinazioni ambient di Brian Eno, un desolato sax si poggia su malinconici tocchi di piano, lontani echi di coro quasi esoterico sullo sfondo. Grande risalto per la titletrack, primo timido successo per la band in patria, sorretta da maliziosi ghirigori di synth e dalle tastiere sibilanti di Barbieri, e capace ancora oggi di riempire il dancefloor dei club wave revival.
I capolavori dei Japan saranno anche altri, vero, ma questo Quiet Life resta certamente disco da rivalutare, per chi non l'avesse già fatto.
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