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R Recensione

7,5/10

Matthew Dear

Black City

Matthew Dear si immerge nella città nera. La città è nera perché è notte, ma in qualche modo lo sarebbe anche in pieno giorno. Nella città nera di Dear il sole non splende. La città nera è immersa nell'oscurità: l'oscurità delle notti profonde fatte di semafori lasciati solitari nel loro lampeggiare, di strade isolate e lucide che riflettono i bagliori artificiali dei lampioni simmetrici, di rari passanti chiusi in se stessi. D'altronde è tardi per non esserlo.                                                                                                                                                  

La Black City è anche un club, perché Matthew Dear di club se ne intende (co-fondatore della Ghostly International, DJ e produttore). Si tratta però in questo caso più di un club della mente, dove perdersi nei minimali dettagli della microhouse più ritrosa e criptica, seguendo i solchi di gente come Luomo, Mayer, Villalobos (e poi Pantha du Prince e Gui Boratto). Niente funzionalismi sudaticci dunque, solo impressioni pulsanti e dettagli ossessivi.

Da un architetto del suono come lui non ci si poteva aspettare che un'evoluzione (a prescindere dalla plausibilità stessa di aspettarsi un'evoluzione, certo) come Black City, dopo la cerniera di Asa Breed (2007) dove al chirurgico e asettico lavorio techno-logico del 2004 si sostituiva un'anima house ora frizzante nelle sue bollicine dance (Don and Sherri) ora repressa nelle sue spire più deep.

Bollicine fatte evaporare e spire disciolte ed appiattite: così ci accoglie la prima Honey, aprendo uno squarcio nelle aspettative e adattandosi perfettamente alla copertina funerea del disco. Prendete Remain In Light e datelo ad un narcolettico, o ad un sonnambulo. Niente dancefloor, nemmeno quando la ritmica si fa più insistente, come nel funky slabbrato e freddo della successiva I Can't Feel. “Non posso sentire”, appunto, “perché sono anestetizzato ed intorpidito”, questo ci dice la canzone, adagiata su se stessa e portata avanti mollemente da un groove morboso, monotono ma capace di suscitare fascino proprio dal suo ripetersi insistente. E poi quelle incursioni campionate molto (ma molto) old school, ad aggiungere dettagli -perché questa è musica dei dettagli- che si sovrappongono in patterns ritmici legati da tessiture grossolane e nodose.

L'album si schiude pian piano, prendendo vigore dall'intorpidimento sonnacchioso dell'intro, regalandoci la synth-house di Little People (Black City), capace di creare un ibrido tra l'indie disco di LCD Soundsystem (presentissimo Murphy nei pensieri notturni di Dear) e i rigidismi teutonici di certi Kraftwerk, per un irresistibile pezzo disco-decadente ricchissimo nei suoi sviluppi ritmici e nel suo espandersi ed impreziosirsi man mano che i nove minuti di durata scorrono lisci come l'olio.

Doveva essere un incrocio trafficato, perché per un attimo la città di Dear ci era sembrata meno desolata. Ma Matthew Dear è di nuovo solo ora, la notte lo avvolge facendosi pesante, distogliendolo dagli eco ovattati del club, spire di vento gli entrano fin nelle ossa. Dear si riimmerge in se stesso, nella sua lenta danza personale (Slow Dance), intrappolata e soffocata in ricordi affollati dai fantasmi dei New Order, intrisi di un romanticismo urbano decadente trafitto da synth modulati in modo da creare lente e dense pulsazioni. Questo brano aleggia pallido ma intensissimo nella mente di Dear mentre si guarda intorno, mentre procede a passi cadenzati e appesantiti dall'improvvisa sonnolenza.

Soil To Seed, una breve incursione synth-funk, insieme alla techno-house di You Put A Smell On Me, dal beat aggressivo e vigoroso, rappresentano un confine entro il quale l'album si fa decisamente più astratto e confuso. Gli ultimi quattro brani esplorano, in un dormiveglia scosso quà e là da occasionali spasmi, le fantasie di Matthew Dear negli angoli più ossessivi ed azzardati, tra la molle nebulosa di Shortwave, dalla sottile anima giocosa ed etnica, l'ossessiva litania di Monkey, dove la voce monotona si perde in onde sonore sintetiche via va più fragorose, la robotica e kraftwerkiana algidità di More Surgery, chirurgica (appunto...) nella sua cura dei dettagli, nel sezionare gli elementi per poi affiancarli e sovrapporli, in un gioco minimalista di pulsazioni e ripetizioni. Con Gem, infine, i suoi glitchismi, i rintocchi di piano, la leggerezza ambient, l'affiorare poetico dei campionamenti e la canzone (forse per la prima volta possiamo chiamare le liriche “canzone”) aperta ad un inatteso melodismo, Dear annuncia di aver finito il suo turbato viaggio paranoico nella città nera.

Una sorta di prisma oscuro dalle molteplici facce levigate e rilucenti, questo Black City, un viaggio intenso e strettamente personale. Ma condivisibile, comprensibile, adattabile alle nostre altrettanto personali anime oscure. Un lavoro autocosciente che rivela -riconfermandola- la classe di Matthew Dear, questa volta impreziosita da un nucleo narrativo di stampo impressionista, da una volontà esplorativa inedita per l'autore. Unico demerito quello del rischio (più volte concretizzato) di perdere la strada nella seconda metà del lavoro, con una conseguente perdita di solidità.

 

Tuttavia abbiamo di fronte una ricca fonte di intuizioni segno di una maturità raggiunta nel migliore dei modi.

 

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 2 voti.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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synth_charmer (ha votato 5 questo disco) alle 9:44 del 9 settembre 2010 ha scritto:

io invece lo trovo poco efficace. Tutti ne parlano bene, ma ogni volta che lo ascolto sento che questo disco non spicca mai il volo. No, non m'è piaciuto

tarantula (ha votato 7 questo disco) alle 10:20 del 14 settembre 2010 ha scritto:

Che disco!!!

Folgora subito, sinuoso e scurissimo, con "Honey", quasi un intro di ciò che ci asttende. "I can't feel" introduce un elemento ossessivo che ci accompagnerà per tutto il lavoro. Si perde un pò nella tentazione dance all'inizio della lunga "Little people (Black city)" ma si riprende immediatamente a metà del brano rimmergendosi nell'affascinante oscurità della notte per poi esplodere in un finale magnifico. Si concede una pausa nell'emozionante e melodica "Slowdance" ma senza abbandonare quel'ossessività (percepita in sottofondo) nella quale si getta di nuovo a capofitto nelle seguenti "Soil to seed" e "You put a smell on me". Peccato per un finale di disco poco incisivo salvato dalla buona "More surgery" (che mi ricorda gli ultimi lavori di Trent Reznor), altrimenti qua ci scappavano le 4 stelle.