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R Recensione

7/10

MGMT

Little Dark Age

Lasciate da parte le stranezze e le vocazioni sperimentali, Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser ritornano, dopo cinque anni da “MGMT”, con un lavoro facile facile, dedito all’ennesima riscoperta delle sonorità glossy artificialmente derivate dagli anni Ottanta. Dico artificialmente perché molti dei tentativi di emulazione di quel sound (e spesso quelli all’apparenza più espliciti) non sono passati indenni dal filtro multi-generazionale che ne ha inevitabilmente mutato i connotati in un processo di estetizzazione e idealizzazione, mettendo in risalto le componenti più plasticose e appariscenti di synthpop e new wave e bypassandone tante altre.

Ed ecco che il lavoro del duo suona volutamente pomposo, grasso, esagerato nel riprodurre la ben nota formula a base di bassi prepotenti, synth sfavillanti e ritmica squadrata (al limite del parodismo, e infatti Ariel Pink fa capolino come riferimento ideale in più di un’occasione).

Eppure, forse proprio per questa esplicita sovraesposizione di arrangiamenti giocosi e sfavillanti, oltre alla buona resa di un songwriting sempre attento a mantenere alta l’attenzione, “Little Dark Age” finisce per regalare momenti notevoli, risultando piacevole e, a suo modo, complesso.

Neanche il tempo di prendere fiato e “She Works Out Too Much” ci precipita tra arpeggi di sintetizzatore e uptempo ritmici spinti, per un synth-funk in salsa videogame music solcato da accordi irraggianti di sintetizzatore che conducono verso un continuo accumulo di stimoli sonori, di rifrazioni cromatiche, di espansioni e giochi armonici massimalisti (passando in rassegna una sorta di zibaldone di synth-sound anni Ottanta). Più gotica e imperiosa la successiva “Little Dark Age”, primo esempio di come, dietro le apparenze semplicione, qualcosa bolla in pentola: il brano è trascinante e drammatico, piccola gemma di pop cromatissimo e dark. Allo stesso modo la successiva “When You Die” è un delizia nelle sue trame acustiche, nelle cineserie d’accompagnamento, nei giri melodici anni Sessanta, nel complessivo mood stralunato e psichedelico, mentre “Me and Michael” incanta con la sua glassa sintetica densa e dolciastra e con le sue citazioni depechemodiane.

Insomma, tra synthpop glamour in stile Pet Shop Boys (“James”), elettronica d’atmosfera di campionamenti retro e tessiture chillwave (“Days That Got Away”) e imponenti cavalcate electropop (“One Thing Left To Try”), il duo dimostra grandissima padronanza nel gestire con estrema libertà e disinvoltura un linguaggio fatto di brandelli sonori messi insieme per dar vita ad un mostro di Frankestein caratterizzato sì da una natura posticcia, ma anche dotato di un suo romanticismo, di una personalità abbacinata ma genuina, capace infine di imporre la sua solida autenticità. Quel sovrappiù di materia allora diventa espressione di malcelato disagio (i pensieri suicidi in “One Thing Left To Try”), di sarcasmo critico (il sovraccarico social di “She Works Out Too Much”), di sguardo meravigliato e angoscioso sulla contemporaneità (“Little Dark Age” e “Hand It Over”).

I MGMT tornano dunque carichi di un grande savoir faire: la loro musica è facilona solo in apparenza, sfruttando un sound sgargiante per creare contrasto, per aprire fratture. Tutto questo rimanendo ancorati ad un efficace registro pop, dimostrando di saper gestire bene la materia sonora e promettendoci di non chiudere qui un discorso che, fino a non molto tempo fa, sembrava irrimediabilmente giunto al termine.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 1 voto.
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