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R Recensione

7/10

The Chain Gang of 1974

Daydream Forever

Difficile trovare, nelle analisi di questo Daydream Forever, terzo lavoro a firma The Chain Gang of 1974 (Kamtin Mohager), uno smarcamento dal paragone -piuttosto inadeguato- fatto con i Passion Pit. Niente di più fuorviante: il synth pop ammiccante della band di Boston può, al limite, essere accostato al lavoro del californiano Mohager per l'attitudine dance che domina in ogni brano; non certo per il mood, qui assai più ambiguo, né tanto meno per l'attitudine sonora, aggressiva ed impattante. Sembra invece di avere a che fare con dei Cold Cave usciti dalle catacombe di cui si erano detti fieri missionari, per un'adesione tutta personale ad un mainstream che più mainstream non si può (il disco uscito per la Warner Bros, oltre a quella Sleepwalking incastonata nella tracklist del noto videogame Grand Theft Auto).

Non ingannino, però, i torpori danzerecci e le scintillanti glasse synth che ammantano gli undici pezzi in scaletta. Oltre a sfoggiare un'intuizione melodica non indifferente, Mohager struttura il suo sound lavorando sapientemente sui diversi livelli che danno forma alle composizioni, favorendo più chiavi di lettura e di fruizione. Si prenda l'opening Ordinary Fools, tutto tranne che spensierata e disinvolta. Anzi, nel suo oscillare tra i migliori Big Pink (quelli degli esordi) e le insidiose scorie wave, tra ritmica industrial e chitarrismo abrasivo, il pezzo è tutto un ricamare su di un'atmosfera inquieta e tesa.

La predilezione per mood calanti e ambientazioni crepuscolari la troviamo, però, anche nei pezzi dove l'elettronica diventa predominante, a partire dalla galeotta Sleepwalking, immersa in stilettate synth e battiti da dancefloor, fluttuante su strati nebulizzati e traslucidi che si oppongono al premere pulsante della ritmica squadrata; o nell'anthemica Lola Zuzanne, gonfia e satura di hook melodici, con quella chitarra che non smette un attimo di graffiare le textures ipersature.

Pregevoli, poi, i momenti dove il processo compositivo si affina e si impreziosisce: pezzi convulsi come You, Miko, Witch, Mouth e Death Metal Punk -nel loro alternare slanci sintetici massimalisti a involuzioni dove si approfondiscono sia i discorsi dance che i preziosismi electro- sembrano fare tesoro della lezione di maestri come Cold Cave e, per ammissione dello stesso Mohager, Tears for Fears, Jesus and Mary Chain e Primal Scream (quelli di XTRMNTR). Il tutto riportato nei canoni estetici del nostro Kamtin Mohager, cioè quelli di una concezione invasiva ed abrasiva di suono, mai patinato e confortevolmente easy-listening. Una sorta di strano ibrido tra Friendly Fires e Nine Inch Nails, se mi si concede un azzardo.

Un disco convincente, compatto e scorrevole, che sconta però -unico difetto- una certa resistenza a percorrere fino in fondo le strade che, qui e là, vengono imboccate. È incompiuto, quindi, lo sforzo (realizzato pienamente, invece, da un Wesley Eisold) di trapiantare in terra americana i suoni della nuova onda synth/wave britannica. Non è realizzato il balzo in avanti che potrebbe portare Mohager a sviluppare un discorso davvero innovativo. Per ora, comunque, rimangono spunti parecchio confortanti.

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