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R Recensione

7/10

The Juan Maclean

In A Dream

Inutile dire quanto lo stile DFA abbia improntato la musica synth/electro-pop del decennio zero, dagli LCD Soundsystem in giù. Più interessante vedere quanto oggi stia sopravvivendo di quell’onda, e in quale direzione. John MacLean taceva da cinque anni (“The Future Will Come”, 2009) e ora ritorna con un disco che lo conferma come il più in forma dei suoi compagni di etichetta, e quello capace di coprire con disinvoltura quasi tutti i sottogeneri del caso, con la sorpresa di un talento meglio distribuito, che sa andare al di là della splendida performance sul pezzo singolo (la pecca, a volerla trovare, dei dischi precedenti).

In A Dream”, prima di tutto, vede la partecipazione ormai fissa di Nancy Whang alla voce, affiancata da quella di MacLean soltanto in un paio di episodi, e vede soprattutto la successione di una serie di potenziali singoli quasi ininterrotta, per una dose massiccia di groove che pochi altri ora sanno offrire con questa qualità a livello di produzione. Dalla space-disco molto Moroder di “A Place Called Space” al synth-pop sentimentale di “Love Stops Here” (scia New Order, poi Cold Cave, poi qua), dal sapore house anni ’90 di “Here I Am” ai beat quadrati e alle geometrie ’80 molto italo di “I’ve Waited For So Long” (forse l’apice del disco, così Human League), The Juan MacLean intrattiene e scuote senza lasciare imprecisato un dettaglio, sapendo anche rallentare nel modo giusto, come nella zoppia portata avanti a spallate di basso di “Running Back To You”.

A Simple Design”, verso fine disco, eleva il tutto in una cavalcata di colto se non nevrotico synth-pop da antologia, con i la la la la la della Whang a ironizzare un crollo di prospettive cantato con stile e da ballare in pianto at the discoteque time after time when what you’re hoping to find is not a simple design but a headache, and everything you built comes falling down»). Qualche calo, in verità, c’è (almeno "Charlotte"), ma l’album regge bene la lunghezza, e mostra un’altra via al synth pop e all’electro post-Kill For Love in un periodo in cui il modello Chromatics, strisciato dai graffi sul vinile e venato di maledettismo, sembrava l’unico possibile nell’ambito. Qua si torna all'alta definizione, all'hi-fi curatissimo, e a una proposta decisamente meno emo(zionale), che ricomincia a guardare alla pista piuttosto che alla cameretta (o alla macchina: il "driving" synth-pop, da viaggio, sembrava ormai un nuovo sottogenere).

Quanto al citazionismo esibito, ormai, se mai lo è stato, non può più rappresentare un problema, talmente MacLean ne ha affinato l’arte, con un'attitudine paracula quanto si vuole ma davanti alla quale è difficile non smuoversi, riattivarsi e togliersi il cappello.

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Krautrick alle 17:46 del 4 ottobre 2014 ha scritto:

occhio Francesco che il disco precedente si chiama The Future Will COME recensione chirurgica, mi trovo perfettamente d'accordo (sulla "scia New Order, poi Cold Cave, poi qua" di Love Stops Here ho avuto più o meno lo stesso pensiero!). Temevo un passo falso, dato il lungo silenzio, invece è stata una lungimirante pausa in attesa di raccogliere poco materiale ma buono, anziché disperdersi in progetti fiacchi. La DFA starà forse diventando demodé e dinosauro in vita, ma loro sono ancora freschissimi. Una delle sorprese più gradite di questo 2014, tanto che il 7 per me è pure poco...sarà l'entusiasmo

target, autore, alle 19:53 del 4 ottobre 2014 ha scritto:

Grazie, Rick: corretto. Ero incerto tra il sette e il settemmezzo, in effetti. E comunque "I've waited for so long" e "A simple design" tra i pezzi dell'anno.