R Recensione

10/10

Eels

Electro-shock Blues

C'erano i tempi in cui i grandi artisti, per un motivo o l'altro, si suicidavano.

Una rapida occhiata alla biografia del signor Mark Oliver Everett, in arte Mr. E., e ci chiediamo cosa possa averlo trattenuto dall'unirsi al coro, rinunciando forse alla conclusione empiricamente più logica per completare la serie di disgraziati eventi che puntualmente hanno bussato alla sua porta, entrando senza attendere una risposta. Inversione di tendenza assolutamente esemplare dal punto di vista personale, e nondimeno splendidamente produttiva sul piano artistico, dal momento che l'angosciante negatività concentrata nel baratro emotivo del nostro artista è magicamente sublimata nel dar luce ad uno dei più toccanti capolavori dello scorso decennio.

L'ascolto di Electro-shock Blues contiene dunque la risposta alla nostra domanda e molto più: è essenza messa in musica della più profonda autointrospezione a cui l'uomo possa aspirare di giungere, scoprendo qualcosa di indefinibile eppure indubbiamente illuminante. La differenza abissale che intercorre tra ciò che si percepisce e ciò che si può spiegare giocherà quindi un ruolo estremamente limitante per questa recensione, ma non impedirà all'ascoltatore di far proprio il significativo messaggio dell'opera.

E' il controverso rapporto fra musiche e testi un primo elemento di interesse: la relazione tra i due è per lo più antitetica e squilibrata, tanto che le liriche più logoranti saranno spesso celate dietro a scelte melodiche armoniose e tranquillizzanti; ricercata combinazione che in seguito sarà ben padroneggiata da altri maestri dell'introspezione - chiedere di tale Will Sheff - ma che trova il suo elemento prototipico nella ben nota Perfect day del sommo Lou Reed.

Qui, Elizabeth on the bathroom floor colpisce subito in pieno petto, giungendo per la via più diretta al tema centrale attorno a cui ruota il tutto: la morte suicida della sorella di E., già affetta da gravi disturbi mentali e legata al fratello da un rapporto molto profondo. In questo primo brano, le angosce scritte nel diario di Elizabeth sono fedelmente ed impietosamente riportate (Waking up is harder when you wanna die), e inquietantemente messe in musica nella più serafica e sognante delle melodie, palesando il preciso intento di un Everett che si rifiuta di chiudere gli occhi, affrontando invece la più scomoda realtà, con le sue forze, per quella che effettivamente è. Alla base del tutto vi è quindi una consapevole presa di coscienza, che si estenderà nei successivi devastanti pensieri della prima metà del disco, in cui il dolore e la frustrazione di Everett saranno esternati nelle forme più ciniche e bizzarre.

Going to your Funeral, part I prosegue infatti sulla linea del triste realismo, reso quasi fiabesco dal blues cupo che l'accompagna, che suona un po' come potrebbe essere una colonna sonora scritta da Tom Waits per Tim Burton; Cancer for the cure aggiunge poi del sarcastico cinismo, che sarà poi sapientemente scelto per accompagnare il grottesco ritratto della famiglia americana descritto da American Beauty. Sulla stessa falsariga pezzi come la caotica Hospital food, condita dal delirio di fiati e clarinetti impazziti, in cui l'ironia è un espediente per esternare in forma concreta un dolore che, in seguito, arriverà a sembrare sul punto di trascinarci dolcemente a fondo, nel più totale e ipnotico coinvolgimento emotivo dei due pezzi seguenti.

Ma proprio quando la title track Electro-shock Blues suona come il canto del cigno, e ogni speranza sembra perduta, la contraddittoria Efil's god (dogs'lifE? o E. feels good?) mischia le carte in tavola insinuando il dubbio nell'ascoltatore, passaggio chiave e tramonto della prima parte di un'opera clinicamente bipolare: Going to your Funeral, part II è allora la nuova alba di speranza, l'inizio di un nuovo giorno, l'inaspettata risalita che trova solidità nella seguente Last stop: this town, composizione viva, solare, in cui le zavorre di angoscia emotiva e musicale sono lasciate al vuoto, niente più disturbanti dissonanze, solo Mark e sua sorella, in volo, sopra le città nell'immensità del cielo, come da copertina. Come se l'uccello ferito in picchiata verso il cemento trovasse, in qualche modo, a pochi millimetri dallo schianto, la forza di librarsi nuovamente in volo, aggrappandosi a quanto di bello lasciatogli da chi non c'è più, fosse anche solo un ricordo, o un sogno.

E dopo la carillonesca parentesi di Baby Genius (un pensiero al padre che non c'è più, noto fisico quantistico che E. non ha mai conosciuto) con Climbing to the Moon arriviamo al momento più emozionante del disco, che dalla sommessa chitarra iniziale culmina in un crescendo orchestrale da pelle d'oca; probabilmente, se c'è un momento preciso in cui capiamo di trovarci di fronte a un lavoro fuori dal comune, è proprio questo, candidata scena madre di un'opera unica nel suo genere, che nel suo insieme parla di vita e di morte da una prospettiva confusa, caotica, e tuttavia sincera e disinibita, e forse, proprio per questo, illuminata.

C'è ancora spazio per cantare d'amore in Ant Farm, impreziosita dal violino di Lisa Germano, e per le ultime riflessioni di Dead Winter, fuori di casa, respirando il freddo nel buio della sera, il pensiero alla malattia della madre.

Fondamentale, infine, la chiusura di P.S. You rock my world, ultimo importante messaggio di un uomo in definitiva ancora completamente spaesato (I don't know where we're going, I don't know what we'll do) che tuttavia, nella più fitta nebbia emotiva, sceglie di continuare e guardare avanti con speranza e positività (And maybe it is time to live), saggio della maestria d'animo e d'intelletto con cui Mr.E e gli Eels hanno dato luce a questo prezioso gioiello, simbolo di come ogni esperienza, per quanto dura, possa diventare forza propulsiva per regalare a chi ci sta vicino - o in questo caso al mondo intero - qualcosa di davvero importante.

La madre di Mark Oliver Everett morirà di cancro durante il tour di quest'album.

Tutti i successivi lavori degli Eels sono assolutamente degni del nostro più attento ascolto.

V Voti

Voto degli utenti: 9/10 in media su 20 voti.
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babaz 10/10
target 9/10
sarah 9/10
Elafe88 10/10
REBBY 9/10
ThirdEye 10/10
giank 9/10
wascimo 8,5/10
tecla 9,5/10
loson 8/10

C Commenti

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babaz (ha votato 10 questo disco) alle 8:48 del 25 settembre 2009 ha scritto:

Uno dei capolavori degli anni '90!!

target (ha votato 9 questo disco) alle 10:23 del 25 settembre 2009 ha scritto:

Spettacolo, e bellissima analisi. Un disco che 'doveva' essere scritto come pochi altri.

bargeld (ha votato 9 questo disco) alle 13:04 del 25 settembre 2009 ha scritto:

L'album degli Eels che mi affascina di più. E in assoluto uno dei dischi più struggenti degli ultimi vent'anni. In Everett ho sempre intravisto una certa affinità con i "mostri" di Tim Burton. Bravo Emanuele!

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 20:52 del 25 settembre 2009 ha scritto:

Preferisco "beautiful freak" e "daisies of the galaxy", ma questo ha poche sbavature e presenta un songwriting smagliante e folle come sempre. Ottima la rece.

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 10:25 del 28 settembre 2009 ha scritto:

l'unico Eels che mi rapì veramente, e l'unico che dovrei comprarmi.

Totalblamblam alle 14:49 del 28 settembre 2009 ha scritto:

RE:

te lo vendo io ( a me fa cacarella sto disco)! è anche promo uk con la extra custodia di cartone

Ivor the engine driver (ha votato 8 questo disco) alle 15:19 del 28 settembre 2009 ha scritto:

offro come merce di scambio Feels degli Animal Collective, interessa?

Totalblamblam alle 20:06 del 28 settembre 2009 ha scritto:

RE:

che roba è? altra indie-monnezza?

sarah (ha votato 9 questo disco) alle 19:11 del 2 ottobre 2009 ha scritto:

Brutto come una capra, ma geniale mister E!

Bellerofonte (ha votato 8 questo disco) alle 12:08 del 3 aprile 2010 ha scritto:

Album toccante... davvero toccante come pochi

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 19:44 del 11 ottobre 2010 ha scritto:

Senza Parole

Uno dei dischi piu intensi e struggenti dei tardi '90. Purtroppo E & Co. non saranno mai piu in grado in futuro di replicare un capolavoro simile, tra buoni lavori ( SoulJacker) e parziali delusioni (Shootenanny, Blinking Lights ecc ).

Mirko Diamanti (ha votato 10 questo disco) alle 22:12 del 17 novembre 2011 ha scritto:

Mio dio questo disco...