R Recensione

9/10

Gun Club

Miami

In questo loro secondo lavoro prodotto da Chris Stein dei Blondie, gruppo di cui Pierce è stato presidente del rispettivo Fan Club, i Gun Club rimarcano in misura maggiore rispetto alla loro prima opera, Fire Of Love, influenze ed elementi country unitamente, qua sta la vera differenza tra i due lavori, ad una proposta musicale per certi versi meno irruenta e quindi in questo caso meno punk. L’album è un concentrato di musicalità ed emozioni dense, oscure, notturne e dannate, un lungo viaggio nella desolazione e nell’introspezione individuale.

Jeffrey lee Pierce raggiunge l’apice nel contesto relativo la performance su disco esprimendo ed estrinsecando una vocalità piena, matura, limpida, corposa e viscerale, capace di offrire spunti di grande suggestione e disperazione unita in alcuni frangenti a grandi dosi di carica ed energia.

Rappresentative di ciò risultano essere soprattutto Like Calling Up Thunder e Sleeping In Blood City, autentici gridi di dolore esposti però con una veemenza e una carica emotiva notevole. È in questi due pezzi che in un certo senso riaffiora l’anima più propriamente punk del gruppo. Tra le cover presenti segnaliamo in particolar modo Run Through The Jungle dei Creedence Clearwater Revival . Sorprendente e soprattutto veramente significativa la reinterpretazione del primo brano citato. Qui Pierce compie una vera e propria opera di riattualizzazione sia in veste musicale che prettamente e soprattutto concettuale. Proprio sul piano concettuale sono presenti le differenze più notevoli. Laddove infatti la versione originale del brano si poneva in un ottica e una presa di posizione antimilitarista nella quale è palese la presenza del perseguitato che fugge dalla guerra, questa rivisitazione  tende invece a porre e identificare la città come moderna giungla e l’individuo che vi abita come un fuorilegge metropolitano. Possiamo sostenere che tale tipo di concettualità rappresenta a pieno l’estetica dei Gun Club e l’aspetto di reinterpretazione, non solo musicale quindi ma anche concettuale, delle radici della musica americana, in particolar modo country e blues.

Significativi risultano inoltre essere i cambiamenti apportati nel testo con la presenza di versi che non comparivano nella versione originale:

…Non sono mai stato cristiano

E non voglio essere battezzato…

Ho ammazzato la mia donna

Ora giace accanto al letto

Era veramente fastidiosa

Ribatteva tutto quello che dicevo

Ma io correrò in mezzo a questa giungla

E non mi guarderò indietro….

Texas Serenade insieme a Watermelon Man consistono in altri due capolavori dentro il capolavoro. La prima presenta deliziosi spunti slide country, languidi e maligni che designano e definiscono una ballata disperata e maledetta nella quale il cantato emerge, soprattutto nella parte finale, in tutta la sua carica di angoscia e malessere così come in tutta la sua espressività. Watermelon Man più che una canzone risulta essere un rituale mistico, demoniaco e sensualmente orgiastico, istintivamente liberatorio nel suo incedere.

Carry Home è una corsa country – blues anfetaminica dove un ruolo di primo piano è occupato dalla dolce chitarra slide così come dalla voce scura, dannatamente scura con il raggiungimento di un altissimo livello di intensità evocativa. A Devil In The Woods e Bad Indian sono due brani carichi di urgenza primordiale e forza delirante. Soprattutto il primo di questi due brani citati costituisce una danza rituale voodoo - blues scalmanata e contrassegnata da un piglio energicamente diabolico.

Chiude il disco Mother Of Earth, una dimessa e sinistra ballata country dove Pierce comincia forse a prendere coscienza e consapevolezza della sua condizione esistenziale:

I've gone down the river of sadness I've gone down the river of pain in the dark, under the wires. I hear them call my name… Oh, Mother of Earth the wind is hot I tried my best, but I could not and my eyes fade from me in this open country   (sono andato giù nel fiume della tristezza   Sono andato giù nel fiume del dolore   Nell’oscurità   Li ho sentiti chiamare il mio nome   Oh, madre terra    Il vento è caldo    Ho provato a fare del mio meglio ma non riesco    E i miei occhi si sono chiusi    Su questa grande terra)    

Un opera che racchiude al suo interno tutto un mondo e un modo di essere disperato, visionario, allucinato e solitario in un percorso musicale che traccia, in maniera indimenticabile e forse con il suo più alto picco, un vero e proprio parallelo tra elementi di ritualità, giungla metropolitana e tribalità primitiva, concetto questo che sta alla base dell’operazione musicale di Jeffrey Lee Pierce e dei suoi Gun Club

V Voti

Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 16 voti.
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IcnarF 10/10
maracio 10/10
Cas 8/10
ThirdEye 10/10
REBBY 6/10
zagor 8,5/10

C Commenti

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IcnarF (ha votato 10 questo disco) alle 15:58 del 3 giugno 2009 ha scritto:

Il mio preferito del clan della pistola...

5!

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 17:23 del 3 giugno 2009 ha scritto:

Straordinari. I Gun Club (per le quali stravedo e verso i quali mi dilapiderei in elogi fino allo sfinimento e all'estenuazione, soprattutto per ''Fire Of Love'') furono degli innovatori incredibili, che mostrarono come l'insegnamento del punk si potesse rileggere ponendo accanto ad esso, stili musicali insoliti in certi contesti (come il country). Rispetto al formidabile esordio dell'81, quest'opera mostra più compattezza e una certa coesione stilistica sviluppata e compiuta, a dispetto di una pruduzione non altrettanto impeccabile. Comunque sia, ''Miami'' rimane uno dei piu' originali capolavori della seconda generazione di gruppi della new wave.

SamJack, autore, alle 9:36 del 7 giugno 2009 ha scritto:

yes

devo dire che anch'io preferisco Fire Of Love anche se ammetto che scegliere tra questi due dischi è in effetti un bel dilemma....

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 15:27 del 15 giugno 2009 ha scritto:

Nonostante la produzione fighetta di Stein dei Blondie ci metta del suo (specie nel missaggio con quelle chitarre che fanno bubù, escono e non escono, e in una generale compostezza dei suoni che proprio non s'addice ai desperados di Pierce)è impossibile rovinare canzoni formidabili come queste. Ennesima dimostrazione che quando c'è il genio, la follia, una chitarra, un basso e una batteria, c'è tutto.

Cas (ha votato 8 questo disco) alle 18:58 del 25 gennaio 2010 ha scritto:

Splendidi pezzi, ma tutta la furia incendiaria del precedente Fire of Love si perde immancabilmente a mio parere...

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 9:02 del 8 giugno 2010 ha scritto:

Aargh

Assolutamente 5 stelle...Alla pari di Fire of Love..

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 10:00 del 18 maggio 2013 ha scritto:

Non può valere "Fire of Love", ma non è troppo lontano. Punk-blues dilaniato radicato in un mondo rurale e perverso.