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7/10

Big Walnuts Yonder

Big Walnuts Yonder

Silenziosamente ma tangibilmente, come un fiume carsico, da quasi venticinque anni le traiettorie artistiche di Nels Cline e Mike Watt – due dei migliori musicisti della loro generazione – si incrociano con metodica regolarità, in un rigoglioso sbocciare a cascata di side projects ed avventure estemporanee capaci di regalare numerose pagine di brillantissimo underground musicale. L’inevitabilità dei ricorsi storici è, di fatto, il motore immobile a monte della genesi di Big Walnuts Yonder, la prima loro collaborazione di peso a partire dal discreto unicum discografico – datato 2010 – degli estemporanei Floored By Four. A seguire la cronologia, in verità, il sodalizio stretto con Greg Saunier dei Deerhoof (sostituto di Dougie Bowne dietro le pelli) e Nick Reinhart dei Tera Melos è addirittura antecedente, 2008 o giù di lì: il supergruppo, tuttavia, diviene formalmente attivo solo nel luglio del 2014 quando, durante un’intensa tre giorni di recording session allo Studio G di Brooklyn, New York, vengono partoriti come per magia i dieci brani che vanno a comporre l’omonimo esordio (ora rilasciato, con quasi tre anni di ritardo sulla tabella di marcia, sotto Sargent House).

Se dovessi, per forza di cose, appiccicare un’etichetta ad una musica che per sua stessa ontologia non vuole rendersi classificabile, direi che l’operazione intellettuale di “Big Walnuts Yonder” consiste nel rendere l’alt rock (definizione da intendersi a tutto tondo) fruibile al grande pubblico, in una maniera simile – ma con meno della metà dell’autocompiaciuto radicalismo – a quella del Gianni Sassi dei tempi d’oro. È un crossover senza alcuna limitazione, difficile da abbracciare nella sua intima sostanza, ma reso eccezionalmente potabile ed accessibile nella sua forma: in altri termini, canzoni perennemente travestite da qualcos’altro (o forse il contrario?). In questo qualcos’altro trovano posto gli squinternati acquerelli del Watt solista (l’irresistibile spoken word di “Raise The Drawbridges?”), il sublime chitarrismo jazz di Cline (le invenzioni a getto continuo dell’exotica cartoonesca di “Rapid Driver Moon Inhaler”, le emozionanti progressioni fIREHOSE di “I Got Marty Feldman Eyes” risolte in un solismo a strappi e rilanci, le velenose distonie funk che spezzano le reni al clavinet di “All Against All”), pronunciate tensioni avant-psych (i flanger lucenti di una “Flare Star Phantom” che, forse, sarebbe stata meglio altrove) e, su tutto, una vistosa, inedita infatuazione per la blackness, estrinsecata in catatonici soul con la camicia di flanella (“Sponge Bath”), asimmetrici girotondi power rock dai groove r’n’b (“Pud” è disseminata di acuminati frammenti noise), sognanti lallazioni à la Mercury Rev (“Ready To Brush”) e imprevedibili slacker motownizzati (le imprendibili astrazioni di “Heat Melter”).

Tra le esperienze più o meno recenti di Cline e Watts (gli straordinari Nels Cline Singers, i già citati Floored By Four, i recentemente riattivatisi Il Sogno Del Marinaio), seppur mediaticamente defilati, i Big Walnuts Yonder occupano una posizione di assoluta prominenza. Indicativo il fatto che un disco del genere sia firmato da musicisti non esattamente di primo pelo: le nuove generazioni di wannabe explorers prendano alacremente nota…

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