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R Recensione

6/10

Cold War Kids

Dear Miss Lonelyhearts

Tipica espressione del rock alternativo degli anni 2000, fin dagli esordi i Cold War Kids hanno basato il loro sound sul recupero di stilemi musicali apparentemente distanti fra loro e appartenenti a stagioni diverse, schiacciandone la prospettiva temporale su un presente piatto e non meglio definito. Nel loro caso: un post punk ottantesco, essenzialmente chitarristico e dalla forte carica ritmica (merito, in particolare, dell’ottimo batterista Matt Aveiro), e una specie di southern soul (che arriva fino ai dintorni Stax), melodico ed accorato, più una leggera spruzzata di roots tardo-californiano. Il tutto coronato e marchiato a fuoco dall’amata/odiata voce del cantante e leader Nathan Willet, sicuramente dotata di grande espressività ed estensione, ma anche  acuta, spasmodica e spesso un po’ nevrotica, specie quando intona le parti più black del repertorio del quartetto di Long Beach. 

Amata e odiata un po’ come la band nel suo complesso, che d’altra parte in lui s’identifica con una certa convinzione, che ha quasi sempre diviso critica (piuttosto diffidente) e pubblico (entusiasta, specie sul suolo americano, dove i CWK hanno sempre goduto di grande consenso, anche commerciale) e talvolta anche questi al loro interno. In pratica per colmare un po’ la distanza fra le due fazioni c’è voluto l’ultimo “Mine Is Yours”, la cui svolta verso un rock più classico e da arena, pur vendendo discretamente, gli ha alienato le simpatie di molti appassionati della prima ora.

Ora, a distanza di due anni, i Cold War Kids si ripropongono con la voglia di tornare ad una dimensione sonora più confacente, ma forse con le idee non del tutto chiare su come farlo e con un doppio cambio di formazione: produttore (Lars Stalford al posto di Jacquire King) e chitarrista (Dann Gallucci, ex Modest Mouse, al posto dello storico Jonnie Russell). Il risultato è un album ibrido che imbocca direzioni diverse e non sempre risolte, ma che mostra qua e là qualche segno di ripresa, perlomeno a livello di scrittura. D’altro canto i tentativi d’iniettare nel corpo muscolare delle canzoni una soluzione electro-wave (tastiere e drum machine) non sembrano essere granché d’aiuto, dando alla luce brani deboli e un po’ sfocati come “Loner Phase” e “Bottled Affection” e risollevandosi in maniera apprezzabile solo nel crescendo solenne su ritmica sincopata e nodosa della discreta “Lost That Easy”

E se il rave up per piano percussivo, l’ incedere energico e muscolare di “Miracle Mile” ha quantomeno una sua efficacia, lo stesso non si può dire di passaggi compitati e un po’ anonimi quali ad esempio “Water & Power” o “Jailbirds”. A salvare l’album da una sonora bocciatura annotiamo fortunatamente una manciata di brani – i segnali di ripresa a cui ci riferivamo poco sopra – magari non originalissimi (raramente, d’altronde, i CWK lo sono stati) ma comunque di buona fattura: su tutti l’indie-soul di “Tuxedos”, insieme delicato, nelle sue sfumature d’organo e di chitarra, ed epico nell’inciso (dove i virtuosismi di Willet, meno invadenti del solito, funzionano a meraviglia), quindi la title-track, rullate sparse e concentriche e sprazzi di chitarra che sostengono le ampie volute della melodia (a tratti quasi una versione disseccata e aspirata degli Arcade Fire) e ancora “Fear And Trembling”, con quell’inizio scentrato, un po’ alla Violent Femme, subito insufflato dai cori e dai fiati fino ad un finale libero e quasi raga, o, in misura minore, il pop-soul anni 80 di “The Bitter Poem”.

Quanto basta, tirate le somme, per guadagnarsi una sufficienza stiracchiata. Confermando, tuttavia, le già note perplessità su di un gruppo che dà l’impressione di fare, di volta in volta, sempre troppo o troppo poco e che fatica a mantenere le aspettative suscitate ad inizio carriera (con l’esordio “Robbers & Cowards”, in particolare, a tutt’oggi il loro disco migliore). 

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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bill_carson alle 15:32 del 21 aprile 2013 ha scritto:

il singolo non m'è piaciuto granchè, l'album lo devo ancora ascoltare. una band - imho - capace di scrivere belle canzoni, ma che scade troppo spesso nella stucchevolezza. al terzo, quarto ascolto molti loro brani mi vanno o mi vanno ad uggia o mi provocano fastidio.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 12:08 del 12 giugno 2013 ha scritto:

a me invece è piaciuto moltissimo!

Il binomio Fear & Trembling - Tuxedos t'ammazza, molto più di semplice buona fattura