R Recensione

4/10

Cooper Temple Clause

Make This Your Own

L’impressione suscitata dalle note di apertura di Damage, traccia iniziale di questo Make This Your Own, terzo disco degli indie rockers inglesi Cooper Temple Clause, non è indubbiamente delle migliori: quasi che a volersi adeguare alle istanze del nuovo rock il gruppo di abbia perso un po’ la bussola, e in un tentativo di indurire il proprio suono e cercare l’anthem istantaneo sia caduto vittima della trappola dell’ovvietà. Homo Sapiens flirta col metal e il post grunge e finisce con l’esserne una caricatura, non molto distante idealmente dal bubblegum rock dei Terrorvision.

Sono i preamboli di un disco che ci mostra un gruppo in evidente crisi d’identità, che si muove randagio in cerca di nuove sonorità senza mai trovare la quadratura del cerchio: dalla rievocazione degli anni ’80 in odor di Garbage di Head al synth pop di seconda mano di Connect, dalla brutta copia dei Placebo di Waiting Game al post metal radio friendly di All I See You.

Per assurdo i numeri più vivaci del lotto sono quelli più banalmente pop: What Have You Gone And Done ? (tra i Placebo e i Weezer più melò), il folk vivace di Take Comfort e la ariosa e romantica House Of Cards.

Che potrebbe essere un titolo ben più veritiero per un disco, che si regge su gambe fragili e fatica a sostenere il peso della sua stessa indecisione: un vero peccato per un gruppo come i Cooper Temple Clause che in fondo è in giro da soli 4 anni e che non dovrebbe avere bisogno di “svecchiarsi”, ma tutt’al più dovrebbe costruire su ciò che di buono è stato seminato nei due dischi precedenti, trovando la forza per emergere definitivamente con un proprio suono anziché scimmiottare pose e sonorità che, evidentemente, non gli appartengono.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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