R Recensione

6/10

Foo Fighters

Echoes, Silence, Patience and Grace

Sulla carte recensire il nuovo Foo Fighters appariva semplicissimo: grande disco, tutti felici, punto. Invece...  beh,  Dave Grohl aveva anticipato che ci sarebbero state alcune sorprese, ma nel contempo aveva citato "The Colour and the Shape" come punto di riferimento e a conferma di questo confronto con il passato glorioso ha chiamato lo stesso Gil Norton dietro al banco di regia.

E' giusto dire che l'opener "The Pretender" è un singolo incredibile ed il loro migliore dai tempi di "All My Life": 100% Foo Fighters che dal vivo farà sfraceli, ma si rivelerà, ahimè, anche la canzone più convincente del CD.

L'album fonde in unico disco l'anima "loud" e "not so loud" del doppio precedente, ma purtroppo molte canzoni hanno una struttura simile, partendo lente e sfociando in un finale tirato, denotando scarsa personalità pur rimanendo piacevoli ("Let It Die", "Come Alive", "But Honestly"); l'anima hard rock si manifesta senza aggiungere nulla di nuovo ("Erase Replace").

A salvare il disco è lo spensierato power pop di "Long Road To Ruin" e "Cheer Up Boys" ed il divertente bluegrass strumentale di "The Ballad Of Beconsfield"  (un omaggio ad una coppia di minatori che rimasero bloccati in una minera per una settimana  e chiesero un iPod con gli album dei Foo Fighters nell'attesa dei soccorsi). L'album scorre senza picchi (nè negativi, nè positivi) quasi fino alla fine e quando meno te lo aspetti arrivano le sorprese ... e che sorprese!

In "Statues"  troviamo un Dave irriconoscibile che pare un'imitazione (ottima tra l'altro) di Paul McCartney alle prese con una outtake di "Flaming Pie" dell'ex Beatle, con tanto di pianoforte in primo piano, piano chitarre dal sapore vintage ed arrangiamenti affidati agli archi, mentre la conclusiva e malinconica "Home" è una canzone per sola voce a pianoforte dove l'anima cantautorale dell'ex Nirvana questa volta fa centro regalandoci una piccola gemma pop, sempre con lo sguardo rivolto a Liverpool.

Un album interlocutorio, che anche dopo ripetuti ascolti si fa fatica ad inquadrare: al momento i Foo Fighters sembrano riuscire meglio quando giocano a non essere se stessi (opener a parte) lasciando l'ascoltatore ed i fan un po' spiazzati. Chi si aspettava l'album della piena maturità artistica rimarrà deluso, chi si aspettava un ritorno a vecchi fasti dei primi due album anche.

Un disco non brutto, forse di transizione, speriamo non verso lidi di blando rock fm o di indulgenti brani semi acustici; in ogni caso dal vivo rimangono uno dei migliori act della scena rock attuale.

V Voti

Voto degli utenti: 5,7/10 in media su 9 voti.
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george 5/10
kida 7/10
ricco96 8,5/10

C Commenti

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DonJunio (ha votato 6 questo disco) alle 19:21 del 25 settembre 2007 ha scritto:

this is a blackout...

Il problema dei Foo Fighters è uno solo: si sa esattamente come suonerà il loro nuovo album prima ancora che esca. Poi lo ascolti, sorridi, e inizi a pensare che anche il prossimo suonerà ancora allo stesso modo, con scarti stilistici davvero minimi. Il singolone carico di testosterone, qualche altro pezzo energico, qualche ballata....ma l'ispirazione dei giorni migliori è svanita.

Da vecchio fan dei Nirvana, al massimo un 6 politico...

Marco_Biasio (ha votato 6 questo disco) alle 21:12 del 17 novembre 2007 ha scritto:

That's ok

"The Pretender" è un inizio micidiale: spacca il culo in una maniera impressionante, ma allo stesso tempo elude l'ascoltatore in modo non indifferente. Il resto del disco è, come già faceva notare il buon Junio, 100% Foo Fighters: ripescaggi di hard rock, tracce di grunge radiofonico, e le solite ballatone piazzate in mezzo con classe e gigioneria. Nel complesso mi sento di dire che è un buon album e che merita la sufficienza, anche se niente aggiunge al rock odierno e men che meno alla carriera dei FF. Recensione sulla quale, dunque, mi trovo perfettamente d'accordo.