V Video

R Recensione

9/10

Minutemen

The Punch Line

There’s a hanging in Turkey / Two necks for the noose / One’s a rightist / The other’s a leftist / What the fuck / Fanatics

Questa è la storia di un disco registrato in una sola seduta (per fare prima), dopo mezzanotte (per spendere meno), su nastro di seconda mano (perché è quello che passava il convento). È la storia di due amici, poi tre, anzi cinque, dieci, cinquanta, incontratisi per caso e per volontà rimasti assieme finché morte non li ha separati (letteralmente). È la storia della miglior band americana degli anni ’80, un power trio di puri e folli senza alcun limite espressivo che, nel giorno dei morti di ormai trentasette anni fa, pensa bene di incidere in fretta e furia il proprio disco d’esordio per la (non ancora) leggendaria SST di Greg Ginn. Un disco d’esordio che dura un quarto d’ora: il quarto d’ora di celebrità warholiana, calcolato quasi al millimetro, che, nel caso dei Minutemen, sarà nientemeno che il lasciapassare per la gloria imperitura.

La “punch line”, in gergo, è la spiazzante stoccata verbale che un rapper affonda nei confronti di un avversario, reale o fittizio. Il coltello di D. Boon gira a lungo in una delle piaghe più dolorose ed umilianti della storia statunitense, la disfatta di Little Bighorn per mano di Lakota, Dakota, Cheyenne ed Arapaho: una caporetto a stelle e strisce dove l’eroismo da copertina diviene codardia, il valore militare una facciata di comodo. Le storiografie ufficiali si mettano in fila: nessuna gloria arride ai caduti, tanto che – per rievocare i versi della title track – “I believe when they found George A. Custer / An American general, patriot, and Indian-fighter / He died with shit in his pants!”. Salomonico D. Boon, salomonici Minutemen. Questioni di prospettive: c’era chi si convertiva all’ultradestra grazie alla spicciola retorica patriottica di John Wayne e chi, invece, su quel cappello da due soldi e su quello che rappresentava ci sputava sopra, rivendicando il proprio militante pacifismo (il tex-mex di “No Parade” ha ancora parecchio da insegnare: “So this is what it’s all about / It’s not John Wayne in a movie / There are no parades for these heroes / And all I can line up are the widows”). “The Punch Line” è un’opera radicale, pervasa di politica in ogni sua fibra, che pur tuttavia mai sconfina nella chiacchiera, mai eccede nella concettualizzazione: il fulmineo funk swingato di “Song For El Salvador” – manifesto di supporto all’allora clandestino Fronte di Liberazione Nazionale salvadoregno –  non ha nemmeno bisogno di parole, mentre lo squadrato passo marziale di “History Lesson” si serve del formato haiku per tratteggiare una vignetta universalistica come pochissime (“Human slaughtered / Human slaughtered / Human slaughtered / Human / First with stone / Then with metal / Now with heat / It was all for power”) e gli sferragliamenti noise di “Disguises” contornano un testo-slogan d’efficacia rara (“The distance between black and white / Is much further than I would like / Until now I never noticed / That fascism has many disguises”)

La musica, poi. Quando si parla di Minutemen si pensa immediatamente a “Double Nickels On The Dime”, il che equivale a citare Guernica per Picasso o Guerra e pace per Tolstoj: questione di salienza prototipica, prima ancora che di oggettiva scala di valori. Non che il concetto in sé sia sbagliato, intendiamoci: ma questo è hardcore, oltre le gambe (e i classicissimi) c’è di più. Prima della cornucopia delle meraviglie di “Nickels”, lo scibile di tutto l’indie rock a bassa fedeltà di un decennio (per stare stretti), deflagrano già i fuochi d’artificio con “The Punch Line” (e, in misura equivalente, il successivo “What Makes A Man Start Fires?”, tralasciando per amor di brevità i numerosi EP). Che dura un quarto d’ora, sì, ma è un quarto d’ora di pura passione, un tour de force musicale mica da ridere: basti pensare che sul solo riff latineggiante della clamorosa “The Struggle” (quarantuno, memorabili secondi) ci si potrebbe costruire un’intera carriera – condizionale superfluo, visto che la cosa è stata naturalmente fatta. I momenti da mandare a memoria, tuttavia, non si conterebbero sulle dita di dieci mani: dal math rock ante litteram di “Warfare” (i Gang Of Four che incontrano gli spoken word di Gil Scott-Heron) al punk funk in crescendo di “Tension”, dallo sgraziato hc lo-fi di “Games” al serratissimo interplay quasi jazzistico di “Boiling”, dalle disarticolazioni no wave di “Ruins” (con parlato centrale del batterista George Hurley) al beach punk gitano di “Gravity”, sino ai due pezzi – entrambi di cinquantatré secondi – che aprono e chiudono la tracklist (l’ineguagliabile torcida di “Search” appaiata ai fraseggi funk di una “Static” in cui già si sente “Viet Nam”).

Ogni buona recensione che si rispetti, a questo punto, dovrebbe concludersi con lo struggente e spassionato ricordo della giovane vita spezzata di D. Boon: il che, se ci si pensa, è molto convenzionale, lontanissimo dallo spirito dei Minutemen. I grandi cambiamenti partono anche e soprattutto dai piccolissimi gesti. Oggi, mettete sul piatto “The Punch Line” e fate sentire che quel quarto d’ora non è stato investito invano.

V Voti

Voto degli utenti: 8,5/10 in media su 2 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 8:55 del 17 febbraio ha scritto:

Recensione davvero profonda, Marco: da amante dell'epoca e della band non posso che togliermi il cappello. Band impareggiabile: come giustamente scrivi, la negazione vivente della retorica in musica. Qui la politica si materializza dentro le idee, i concetti, le analisi polemiche e acute. Da spiattellare sotto il naso di tutti coloro che lo arricciano non appena sentono odore di commistione fra arte e - appunto - idee radicali. Musicalmente hai detto tutto tu: un hardcore inclassificabile, modernissimo, imparentato con la new wave britannica più sperimentale, e ciononostante profondamente made in USA e californiano (bellissimo l'accostamento fra Gang of Four e Gil Scott Heron; bellissimo e azzeccato).

Marco_Biasio, autore, alle 14:49 del 18 febbraio ha scritto:

Troppo gentile Fra, grazie. Aspettavo un tuo parere. Questo è uno dei classici dischi storicamente considerati "minori", a cui io sono però molto affezionato.

ThirdEye (ha votato 9 questo disco) alle 15:15 del 18 febbraio ha scritto:

Immensi.