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R Recensione

7/10

Mountain Goats

All Eternals Deck

John Darnielle, l’uomo che da quasi due decenni si muove felpato all’ombra del nome collettivo Mountain Goats, è ormai una vera e propria leggenda del cantautorato indie americano. Nel 2005 il “New Yorker” lo ha definito uno dei migliori autori di testi contemporanei. E, in effetti, la scrittura di Darnielle assomiglia più a quella di un vero e proprio “short stories writer”, con temi e personaggi che ritornano e s’intersecano in veri e propri cicli di canzoni da un album all’altro, che a quella di un semplice cantore a sfondo autobiografico. Approdato alla terza fase della sua carriera, più matura e pop, dopo quella lo-fi e “carbonara” della prima metà degli anni 90, tutta immortalata su cassette, bootleg e registrazioni di fortuna, quella alt rock di inizio millennio in cui l’iniziativa personale cominciava ad assumere l’aspetto di una vera e propria band, e al tredicesimo album ufficiale, con "All Eternals Deck" Darnielle ci regala l’ennesima conferma del suo talento descrittivo e compositivo.

Accompagnato dai fidi Peter Hughes (basso) e Jon Wurster (dei Superchunk, alla batteria), Darnielle/Mountain Goats si mantiene fedele, nello stile, al suo approccio scarno ed essenziale ai consumati generi alternative (pop, folk, rock, country) e al suo senso acerbo e nervoso della melodia che illumina ogni singolo capitolo con sfumature amare, rabbiose, malinconiche, sorridenti.

Che si riflettono, di volta in volta, anche sul piano concettuale: "All Eternals Deck" è ispirato ai vecchi film, ai B-movies adolescenziali ma anche a quelli di serie A, al cinema del passato inteso non tanto come calco visivo o narrativo, quanto come correlativo oggettivo da cui di dipanano le esperienze e i ricordi dello spettatore, il cui vissuto si proietta e sovrappone a quello degli attori protagonisti. Volti, immagini, suggestioni che non si esauriscono nel solco della pellicola, ma rivelano qualcosa di te stesso (o del tuo prossimo), come le figure dei tarocchi del titolo nelle mani di una cartomante. Ci raccontano la breve vita infelice di Judy Garland, gonfia di pillole e drenata di sogni sul marmo grigio dell’obitorio (The Autopsy Garland), mentre con lei, troppo grande per essere una bambina e troppo bambina per essere madre (di Liza Minnelli, celebrata nel brano finale Liza Forever Minnelli), muore anche un po’ della nostra innocenza collettiva; o della sofferta rincorsa dalla fame alla fama di Charles Bronson, dalla miniera di antracite in cui è nato (“Ehrenfeld, Pennsylvania scratched my face”) ai piccoli ruoli alle pendici di Hollywood (For Charles Bronson). Ha il sapore vago del country urbano di Damn These Vampires (i vampiri sono tra noi, come noi e si nutrono della nostra giovinezza, del nostro futuro) o di quello morbido e spazzolato di Sourdoire Valley Song; ripesca zampilli punk acustici e provinciali nello strumming tirato e incalzante di Estate Sale Sign, Prowl Great Cain e Birth Of Serpents, disancora piccole fantasie pop da camera (Age Of Kings, Outer Scorpion Squadron).

E ci omaggia con un monile come High Hawk Season, bozzetto per voce e chitarra ricamato di cori da barber shop quartet, che parte dal finale de “I Guerrieri Della Notte” per effondere una commovente elegia sulla giovinezza e le estati perdute, sognate, immaginate, forse mai vissute. Entrando di diritto a far parte della galleria dei brani più belli dei Mountain Goats.

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 4 voti.
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C Commenti

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REBBY alle 8:37 del 6 giugno 2011 ha scritto:

Devo dire la verità, il precedente (The life of the world to come) dal punto di vista strettamente musicale mi aveva molto deluso. Probabile che avessi le orecchie felicemente "intossicate" dai frequenti ascolti di Heretic pride (200. E anche nell'ascoltare questo nuovo lavoro il paragone mi sgorga inevitabile (e vai coi riascolti). Ebbene fin dall'inizio dell'album mi tranquilizzo subito: sono loro (o è lui), son tornati. L'impressione è che sia più discontinuo e che, inversamente al concept testuale unitario (ben spiegato nella bella rece), mi sembra di ascoltare un antologia di brani svolti in periodi diversi. Ma è sempre lui, son sempre loro, un cantautore, una band, tanto bravi quanto poco considerati. Forse non mi intossicherò più come con Heretic pride, ma intanto per prudenza il CD stazionerà vicino al mio lettore.