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R Recensione

8/10

the cranberries

No Need To Argue

Gli anni ’90, si sa, hanno dato alla luce parecchi capolavori pienamente in grado di ampliare ed illuminare la storia del rock.

Avanguardia, sperimentazione, innovazione, anti-conformismo (musicale), disarmonia, cacofonia, elettronica…tutti questi aspetti non sono venuti meno in questi anni, tenendo alta la bandiera del doveroso superamento delle tradizioni e del necessario rinnovamento artistico, nonché del grande impegno di valorizzare intellettualmente il genere in questione.

Ma lasciando per un attimo perdere i capolavori assoluti, bisogna dire che il rock non è così grande solo grazie a  questi ultimi, ma anche per centinaia di lavori “minori” per quanto riguarda l’analisi più scientifica e pignola, ma senza dubbio altrettanto degni considerando aspetti meno selettivi e rigorosi: la musica ad esempio, elemento che paradossalmente, in quanto proprio di musica si parla, viene sovente tralasciato.

Tra questi lavori, importantissimi per vivere il rock senza confinarlo in un mondo asettico ed intellettualoide, si colloca il secondo album degli irlandesi Cranberries: No Need To Argue.

Non sarà un disco innovativo, avanguardistico o chissà cos’altro, ma è un album (scusate la considerazione eccessivamente soggettiva) tremendamente bello.

È un’ode appassionata a volte intimista, altre declamata a gran voce, a volte dolce altre rabbiosamente violenta, sentimentale ma anche di denuncia sociale e politica.

E poi c’è la voce di Dolores O’Riordan, forse una tra le più belle degli anni ’90, capace di spaziare da tenui ballate a grintosi pezzi rock.

Un primo splendido esempio lo abbiamo con Ode To My Family, limpida ballata dove la chitarra, con i suoi arpeggi delicati, costituisce un morbidissimo sostegno per la voce incantata di Dolores, che preferisce toni sommessi nelle strofe, ma non disdegna di darci i primi assaggi della sua liricità nei ritornelli. Le seconde voci sembrano voler creare quasi un’altra dimensione per il canto di O’Riordan, impreziosendolo ulteriormente.

Dopo I Can’t Be With You, pezzo più veloce e rock, reso tale dall’accattivante ritmo della batteria e dall’espressività del basso e dopo una nuova languida ballata, Twenty One, è ora giunto il momento di tirare fuori un pezzo dalla grinta davvero inaspettata: si tratta di Zombie, vero inno generazionale. Questa è una vera anomalia all’interno dell’ album, perché stiamo sentendo un pezzo grunge, quando invece ci aspettavamo una serie di canzoni pop-rock o al massimo folk.

E invece è proprio grunge, con chitarre elettriche lanciate in riff potenti ed una voce rabbiosa e roca. Certamente però, a questo si aggiunge sempre la solita eccelsa sensibilità dei brani ascoltati prima ed i gorgheggi tutt’altro che rumorosi di O’Riordan…

Pianoforte, violino e chitarra acustica costituiscono i pilastri portanti della successiva Empty, dove il senso della melodia assume tonalità incredibilmente struggenti; Everything I Said riprende la vena malinconica e romantica del gruppo, procedendo tra atmosfere trasognanti ed eteree.

Compaiono anche ritmi più vivaci, come in The Icicle Melts, il cui testo però si contrappone alla spensieratezza della melodia, essendo una denuncia contro la pedofilia, e nella intensissima Ridiculous Thoughts.

Dopo Dreaming My Dreams, il brano più toccante e romantico di tutto l’album, che con quel suo struggente violino non può che far piangere il cuore, e dopo Yeat’s Grave, forse il pezzo meno riuscito, ci apprestiamo a concludere l’album.

Ma le ultime due canzoni sono degli autentici capolavori.

Daffodil Lament è un incredibile e raffinatissimo brano, capace di un’estrema varietà, rappresentata da un triplo cambio di umore: la prima parte è uno struggente lamento, che sembra raffigurare una situazione senza via d’uscita, senza nessuno spiraglio di salvezza. Ma con la seconda parte tutto cambia: l’atmosfera si fa tutto d’un colpo luminosissima e serena, proprio come se fosse rispuntato il sole dopo una cupa giornata di pioggia. “The daffodils look lovely today”, canta O’Riordan scordandosi per un attimo della disperazione di prima. Ma sarà costretta a ritornare nella depressione più cupa con il finale funebre, che riesce nuovamente a stravolgere l’atmosfera e ad impressionarci come mai.

Ed infine ecco No Need To Argue, che condensa tutte le emozioni provate durante l'ascolto in un crescendo mozzafiato di sensibilità e pathos affidato ad una voce suberba e ad un organo adatto per conferire al tutto un aspetto quasi sacrale.

Il disco è finito e noi siamo innamoratissimi, e non vogliamo sentir parlare almeno per qualche ora nè di cacofonia, nè di avanguardia e neppure di innovazione…

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Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 17 voti.
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ROX 7/10
leax 7/10
luca.r 6/10
Dengler 7,5/10

C Commenti

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DonJunio (ha votato 5 questo disco) alle 13:01 del 20 settembre 2007 ha scritto:

ah, l' irlanda dolce, sognante e poetica!

Mai particolarmente apprezzati, a parte "Linger" che era oggettivamente un gran singolo. Quest'album mi sembra giochi troppo sull'immagine un po' da irlandesità cartolina, con titoli poetici, allusioni a Yeats, scogliere a picco sul mare e praterie verdi. "Ridicolous thoghts" è l'unico pezzo sopra la media, i singoli sono un po' troppo ruffiani benché gradevoli da ascoltare se li passavano in radio. Mi sembra un po' azardato definire "Zombie" un pezzo grunge. C'è una palese patina di feedback, tesa a bucare MTV in un periodo in cui il grunge spopolava, ma come si suol dire l'abito non fa il monaco! Sposo in pieno chi li ha sempre considerati inferiori ai Sundays, anche se so che è una frase terribilmente snob! Ciao Matteo!

Utente non più registrato alle 18:20 del 6 ottobre 2007 ha scritto:

Quanto amo questo disco...

"No need to argue" è stato un disco riuscitissimo e non scordiamo che la versione del CD che oggi è in vendita è arricchita da bonus tracks! Una vera chicca per i fans. Fra tutte le canzoni contenute in questo LP, le mie preferite sono ZOMBIE, ODE TO MY FAMILY, DAFFODIL LAMENT e I CAN'T BE WITH YOU. Quando ascolto questo disco non posso fare a meno di ricordare la “mia” bella Irlanda e le emozioni che mi ha regalato quando ci sono stato. Le canzoni dei Cranberries sono dei paesaggi in musica: le ascolti e vedi la loro terra. Non è da poco! Quello che mi è sempre piaciuto di questo gruppo è sua la grinta molto irlandese. Dolores O'Riordan è una bravissima interprete e una voce pulita e potente. Purtroppo, qui in Italia, questo gruppo non è apprezzato quanto merita.

I Cranberries hanno dimostrato di riuscire a regger bene l'eredità lasciatagli da questo disco: Bury the hatchet ne è la dimostrazione.

L’Irlanda ha sfornato altri numerosi artisti (Enya, U2, Clannad, Sinead O’Connor) sulle cui opere spero di poter leggere recensioni su queste pagine.

Mr. Wave (ha votato 8 questo disco) alle 23:57 del 24 giugno 2008 ha scritto:

un rock che affonda le radici nella mitologia dell'Irlanda, nel folk e nel tradizionale pop, ma non disdegna incursioni in atmosfere sinfoniche di stampo classico. Una formula originale, ma che la band non saprà più capace di riproporre agli stessi livelli negli album successivi... Molto buono come album, bella recensione

GVanMorijk (ha votato 7 questo disco) alle 13:42 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

..ricordi

A questo disco sono particolarmente affezionata, sicuramente un'opera minore, anche un gruppo minore (non hanno mai imparato a suonare davvero )ma è stato il disco che a 15 anni mi ha iniziato e fatto appassionare al mondo della musica. Canzoni pop semplici e sentite, con qualche spruzzata di folk e rock e i vocalizzi eterei e rabbiosi della O'Riordan..be'non è male iniziare da qui,no?

Dr.Paul alle 14:24 del 25 febbraio 2009 ha scritto:

ma...che non abbiano mai imparato a suonare veramente non è importante, diciamo che poi si sono un po arenati sulla solita solfa (gia il successivo to the faithful departed mostra segni di stanca), questo un 7 se lo merita, twenty one che bella!