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R Recensione

7/10

Majakovich

Il primo disco era meglio

“Agisci come sai, muoviti come sai, libero da ogni regola”. Tornano alla mente con prepotenza  le parole che Franz Goria – cantante dei Fluxus -  ringhiava sul refrain di Uomo Ghignante. Una reminiscenza in linea con il presente artistico dei Majakovich, band ternana al secondo lavoro in studio, che sembra raccontare il corso delle cose, la loro volontà di esserci e di farcela comunque e sempre. Un aforisma che ben si lega con l’elan vital della band umbra, per saltare oltre quello strato di innocente apatia mostrato nell’esordio - Man is a political animal by nature – e che parte proprio dai Fluxus, dalla cover di “Giro di Vite” che è stata il loro personale battesimo di fuoco per l’utilizzo dissacrante della lingua italiana, nel loro caso manipolata alle esigenze di un copione che la vuole ermetica, poco poetica e densa di amaro neorealismo. E proprio dal titolo di questo secondo album si parte coi giochi di parole e con l’ironia amara. La reductio ad criticam (tanto per rimanere in territori ironici) che ogni musicista con un passato da songwriter si è sentito pronunciare per bocca di un sedicente produttore o di uno pseudo critico filo intellettuale: “Il primo disco era meglio”.

Una sorta di scaramantica mano negli zebedei che ci introduce nel nuovo mondo dei Majakovich, fatto di piccoli passi avanti, poche rivoluzioni e grandi cambiamenti. Un passo importante e decisivo dopo un periodo non facile, contraddistinto dal nugolo  di dubbi che affollano con prepotenza la mente di un artista esordiente in periodi di crisi economica e culturale, offuscandola. Una ripartenza che dunque andava affrontata con quel quid in più, lavorando più sulla qualità che non sulla quantità. Si è tentato quindi il gioco in contropiede affidando il suono alle mani sapienti di Tommaso Colliva, mentre per il songwriting, i nostri hanno passato il nuovo lavoro al vaglio del duo Agnelli/Iriondo, padri putativi della band sin dal lontano 2011, quando cioè gli Afterhours scelsero i Majakovich per condividere i palchi d’oltreoceano. Il risultato è un rock quadrato, macchiato da mille sfumature tra rabbia, briciole di gioia contrapposte a un sarcasmo salmastro e dolci punte zuccherine. Si parte con le iniezioni di punk rock svecchiato su Devo fare presto, a cui il trittico ternano affida l’arduo compito di levare il sipario, con tutto il bagaglio “deontologico” di power chord e 4/4 muscolosi, tra headbangin sfrenato e minuziose armonizzazioni di basso.

La creatura si evolve con i groove tranchant di Perché Francesco migliora, in cui si subodorano le irrequietezze hardcore in stile Deftones costruite su cambi di tempo repentini e melodie mai adagiate su un’unica soluzione. Brevi deja senti permeano La verità (è che non la vuoi) che, nonostante la fluidità magnetica del brano, ricorda da vicino un a versione soft dei primi Linea 77. Ma la ripresa è repentina. Quando serve, i Majakovich sanno tirano il freno a mano, riflettono e scantonano da qualsiasi deriva rock per immergersi nella sinuosità soffice e vellutata del beat pop di Colei che ti Ingoia, smarriti tra le romantiche note di un pianoforte a coda e dai contrappunti isterici che richiamano a gran voce certe produzioni del Ben Folds più recente, andando a comporre uno tra gli arrangiamenti più azzeccati dell’intero lotto. Oppure nella melanconia tenera di Ho già deciso, o nella psichedelia dai forti richiami vintage di Ufo. A far da stendardo a cotanta opulenza ritmica si staglia l’ampio ventaglio emozionale dei testi che dalla penna di Sciamannini permea la materia cellulare dell’ascoltatore. Quella gamma di sensazioni ermetiche che sguazzano tra proclami nichilisti “Il segreto è...Non avere niente” e toccano le vette estreme del sentimento sino ad insozzarsi le mani con la materia sudicia degli apoftegmi totalitaristi “colpirne uno per educarne cento”. Senza soluzione di continuità, si cerca un legame con il difficile periodo storico che stiamo vivendo e torna su il riflusso del primo album, innegabilmente legato a doppio filo con questa ultima produzione dalla sottile linea della materia politica. Nel verismo rivoluzionario ed ironico dell’Hype del cassaintegrato Non hai più da perdere puoi solo stare meglio” o nel surrealismo amaro di Ufo in cui i nostri parlano con un fantomatico extraterrestre demiurgo “Menomale che i superpoteri li hai regalati ai cortei di protesta” si deglutisce tutta l’amara realtà degli istinti odierni. Fino all’apostasia esplicita di Cristo ed alla violenza con cui ci si rivolge alla massima eminenza cristiana “non lo so se crepo o no. Non lo so, ma non lo prego”. Il sipario cala sull’ermetismo avant pop di Prodezze che riprende a grandi linee il concetto religioso sviluppandolo su registri sarcastici  “Calma e sangue freddo. Non mi sento. Fossi io, a sentirmi Dio”. 

E il sipario, che con veemenza si era alzato tra rumorosi distorti e nevrotiche percussioni, cala nella serenità apparente di una litania che è diamante grezzo. L’immaginario di ciò che verrà e di quello che è stato. D'altronde lo dicono gli stessi MajakovichChi mi salverà se sbagliamo adesso?”. Nessuno. Ma tanto il secondo album è decisamente meglio. 

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