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R Recensione

7/10

Giant Sand

Blurry Blue Mountain

Un quarto di secolo è ormai trascorso dalla pubblicazione di Valley Of Rain, ruvido e seminale esordio discografico dei Giant Sand datato 1985. L’occasione è ghiotta e la celebrazione necessaria quanto purtroppo mai scontata. Lodevole dunque l’iniziativa della Fire Records, nuova etichetta europea per Howe Gelb, che attraverso una appetitosa operazione di recupero prevede, entro i primi mesi del 2011, la ristampa (anche in vinile) di tutti i titoli della band di Tucson, dei lavori solisti di Gelb e pure di quelli accreditati ai Blacky Ranchette, formazione con cui il nostro diede inizialmente sfogo alle sue passioni più convenzionalmente country.

 

Operazione celebrativa di recupero, quindi, ma non operazione nostalgia. Questi venticinque anni la band simbolo dell’Alt-Country e l’uomo che ne incarna l’essenza li hanno attraversati tutti, puntellando il percorso con decine di album che per loro stessa fuggevole natura hanno sempre oscillato fra il capolavoro ed il mezzo passo falso, in un’adorabile perfetta imperfezione che è uno dei più affascinanti marchi di fabbrica di Gelb e soci. Non domi, gli odierni Giant Sand accompagnano al rinnovato catalogo un album nuovo di zecca che, manco a dirlo, è l’ennesima conferma di un talento tanto brillante quanto fuori fuoco, di una maturità che nella propria fumosa indeterminatezza trova la sua prima ragione di riconoscimento.

 

“Giant Sand is a mood”, dice Gelb. E dice tutto. Ogni album della band genera da stati dell’essere del momento presente, da circostanze particolari che di volta in volta inducono maggiori o minori contaminazioni in un linguaggio innovativo e pur sempre riverentemente radicato nella tradizione. Blurry Blue Mountain prende forma, stando ancora alle parole di Gelb, “in the space between the waking world and the sleeping one”. Ecco, non si sarebbe potuto dire meglio. Musica che si destreggia in precario equilibrio fra atmosfere narcolettiche e guizzi di coscienza, attraversando tempi e generi con la noncuranza di chi i tempi li ha segnati e i generi ri(de)finiti.

 

Ballate trasversali e deviate, come Fields Of Green e The Last One, si alternano ad abbozzi di jazz svagato, avvolgente e ridotto ai minimi termini (Chunk Of Coal, Spell Bound, No Tellin’) e a ciondolanti duetti di piano e voce affogati nel whiskey (Lucky Star Love, la waitsiana Time Flies, la conclusiva, delicatissima e struggente nella sua stortura, Love A Loser). C’è poi lo spazio per l’immancabile cavalcata elettroacustica Thin Line Man, figlia di Neil Young fino al midollo, per il dovuto riconoscimento al sommo Cash (Ride The Rail, unico “vero” episodio country), per lo strambo, divertente esperimento western-funk rappresentato da Brand New Swamp Thing e per l’ennesimo quasi-capolavoro: i sette minuti e mezzo di Monk’s Mountain sono un viaggio visionario e impagabile nel deliquio di un uomo che è veicolo della sua terra. Un cuore intessuto con il muting vacillante delle chitarre e la regolarità della sezione ritmica, uno sviluppo che parte da aperture piene di riverberata, calda slide-guitar e finisce dentro un imbuto di distorsione che tutto fagocita e confonde come una tempesta.

 

È sempre stata musica di contrasti e contrapposizioni quella dei Giant Sand, e tale continua ad essere in Blurry Blue Mountain: avvolgente, calda e romantica eppur sbilenca, fragile, continuamente esposta alle tensioni di un’inconfondibile gusto dissonante e guastatore. Un’eleganza ruvida. È musica che si erode e si confonde in continuazione, come il paesaggio (o l’uomo) che evoca e descrive. Giornate sudate nel fuoco e nella polvere, viaggi silenziati dal sibilare del vento, serate fredde, notti meditabonde e marce, spese nel cuore del nulla o acquistate al prezzo di uno scadente scotch nel puzzo di una bettola di provincia, fra teste crollate sui tavoli e mazzi di carte rimaste ingiocate. Come faccia Gelb a dipingere così nitidamente la sua America stando in Europa e suonando con una (ottima) band danese non è dato saperlo. Basti però, una volta ancora o forse per una volta almeno, a convincere della trasversale, assoluta e continua genialità di quest’uomo. Lunga vita.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 2 voti.
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bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 1:02 del 24 dicembre 2010 ha scritto:

bella recensione

condivido praticamente tutto quello che ho letto.

compresa l'interpretazione della carriera di Gelb, sempre in bilico tra dischi di transizione e dischi che di volta in volta rinverdiscono il mito. questo sta fra i secondi: è semplicemente un disco di bellissime canzoni, da parte di uno che le canzoni le sa scrivere per davvero e ne porta ancora a scuola tanti. Voto 7,5