Buffalo Tom
Skins
Ci era piaciuto il ritorno dei Buffalo Tom di Three Easy Pieces (2007), e già allora avevamo rimarcato il fatto che il gruppo, lungi dal tentare strade nuove, si era riunito all'insegna della classicità, di quello che si potrebbe chiamare un “marchio di fabbrica Buffalo Tom” insomma, cioè di un alternative-rock figlio della stagione indie dei tardi anni '80 e primi '90. Languide scorie post-grunge, chitarre elettriche alla Dinosaur Jr. alternate ad arpeggi soffusi alla maniera del miglior Neil Young e più in generale un diffuso ricorso alla tradizione musicale americana.
Rispetto agli esordi è quasi del tutto scomparso (sopravvive qualcosa nella trascinante Lost weekend) l'aspetto più frenetico e giovanile, ossia quel power-pop figlio di Replacements e Lemonheads. Al suo posto Skins fa ampio ricorso a ballatone intense e melodiose, aumentando il ricorso alla matrice country-folk e ad un vocal-pop romantico che riconduce il tutto ad una maggiore rassomiglianza estetica con il Greg Dulli de Afghan Whigs e Twilight Singers (sentire pezzi come Here I come, l'intensa Out of the dark o il duetto con Tanya Donnell di Don't forget me). L'elemento rock non viene cancellato del tutto ma continua a sopravvivere sottotraccia in diversi brani (ad esempio nell'opener Arise watch) e trova ampio sfogo in canzoni come Guilty girls e Big light, the, ma nel complesso Skins è un disco più adatto per vecchie coppiette nostalgiche degli anni '70 che per giovani memori di dischi come Birdbrain.
Janovitz e soci mostrano di declinare sempre più verso il mainstream e l'arena-rock, nonostante mantengano un livello qualitativo ancora raffinato, dignitoso e senz'altro sopra la media.
L'impressione complessiva però non è entusiasmante e spesso si ha l'impressione di assistere ad una sagra di stucchevolezza esasperante, di classicismo fine a sé stesso incapace di uscire dal ghetto di lusso in cui si sono rinchiusi i Buffalo Tom. Ciò accade soprattutto quando si spezza l'equilibrio armonioso dei primi quattro brani (che introducono ottimamente al disco) e si precipita in cose scadenti come Miss barren brooks, Paper knife, The Hawks And The Sparrows e The kids just sleep. Episodi minori, brutte parentesi o errori di valutazione che siano, fioccano gli sbadigli e non si può non rilevare quella sensazione che forse si potrebbe spendere il proprio tempo in maniera decisamente migliore e più innovativa.
Non vorrei però essere troppo cattivo con il trio bostoniano, che ha comunque il merito di tirar fuori un disco di qualità che dopo oltre vent'anni di attività sarebbe in grado di realizzare solo chi ha davvero tanta classe.
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