V Video

R Recensione

6,5/10

Phoenix

Bankrupt!

Phoenix, quattro lunghi anni dopo. Ed il ritorno è carico di tutto il repertorio transalpino, vivace, allegro ed amabile; non certo un Chateau Pétrus, più un Bordeaux Reserve 2011 direi, buono per  tutte le tasche. E poi, per chi non ama gli stravolgimenti, niente nuove idee, niente rischi e niente paventata sperimentazione ma usato sicuro rispolverato dallo sgabuzzino, puntando sul meglio che la tecnologia può offrire in fase di produzione se proprio cerchi una qualche sorta di valore aggiunto. Insomma, se non fosse chiaro, una delusione. Amara, almeno considerando le enormi aspettative che lo precedevano e lo splendido ed innovativo predecessore capace di regalare un Grammy alla bacheca dei trofei della band parigina... Colpa nostra, ci siamo fatti ingannare da Mister Glassnote (Daniel Glass) e Monsieur Mars che ci preannunciavano un album che non temeva azzardi e che proprio per il recente successo era pronto ad uscire fuori dagli schemi, in un modo o nell'altro. Ed il teaser non smentiva tali dichiarazioni, anzi, pungolava la  nostra avidità ed impazienza con 30 secondi di psichedelica acquolina in bocca...

 Invece basta il primo passaggio di Entertainment in diretta sulla BBC Radio 1 ad infrangere le nostre illusioni e a farci intendere quale sarebbe stata l'impronta dell'album, fatto per la massa, farcito di ogni espediente pur di risultare orecchiabile. Non il disco atteso per anni e, ne sono certo, non il disco che Thomas Mars e compagni avevano in testa. Il quartetto di Versailles inizia infatti la registrazione di Bankrupt! nel 2011 proprio con la traccia omonina in quel di New York e, impossibile non coglierne l'analogia che l'accosta a Love Like a Sunset Part I e Love Like a Sunset Part II, il percorso è quello che parte direttamente dal cuore ancora pulsante di Wolfgang Amadeus Phoenix, con il processo creativo che sembra ancora tener viva la fiamma di un tempo.

Col ritorno in patria le ombre si addensano e neanche la presenza di Philippe Zdar, quinto membro (onorario) della band e già decisivo nel successo di United (2000) e W.A.P, riesce a riparare la macchina perfetta che in ogni caso, sebbene con molti mesi di ritardo, il traguardo lo taglia ugualmente. Accantonata la delusione, Bankrupt! è comunque un discreto lavoro che ci accoglie con un singolo un po' pretenzioso ed ambizioso ma che in sostanza non finirà nella cartella "preferiti" di molti.

Le sonorità synth che ci accompagneranno senza grossi stravolgimenti per tutte e 10 le tracce evidenziano uno stampo "Made in Japan" spesso ridondante nei primi 4 brani in cui la sola The Real Thing trova pieno consenso con la sua struttura semplice ma allo stesso tempo impeccabile. Bankrupt! pone così fine alla prima metà di un album denso al limite della saturazione. Si ricomincia con la solare Drakkar Noir, tema grazioso (non certo un complimento se ti chiami Phoenix) il cui ritmo a tratti incalzante viene sopito non a caso dalla lenta ritmica melodica di Chloroform.

Il finale sebbene non riesca a risollevare le sorti dell'opera ci regala una parvenza di coesione con una sfilata di elaborazioni sintetiche e  l'impressione che la band voglia giustificare i 17000 dollari spesi per accaparrarsi la console che ha dato alla luce il super campione di vendite Thriller... I bottoni magici della Harrison rendono così quasi coinvolgente l'incedere di Don't, la cantata anni '80 di Bourgeois nonchè l'ecletticismo non proprio quadrato di Oblique City. Certamente con l'ascolto il disco ne guadagna ma non sufficientemente per recedere dall'idea che dal vivo sarà ancora Rome a far brillare i nostri occhi e tendere le nostre orecchie...

V Voti

Voto degli utenti: 5,3/10 in media su 3 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
salvatore 5,5/10

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.