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R Recensione

8,5/10

Marisa Anderson

Cloud Corner

Il matrimonio tra Marisa Anderson e la Thrill Jockey Records si doveva fare. La compositrice e multistrumentista (principalmente chitarrista) di Portland, Oregon per il suo stile e la qualità delle sue produzioni rientra perfettamente nei parametri della label di Chicago, che non propone mai pubblicazioni superficiali e, pure spaziando da un genere all'altro, colpisce sempre nel segno, confermandosi un vero e proprio marchio di garanzia. Certo, andare poi a classificare Cloud Corner” all'interno della discografia di questa artista diventa difficile. Sebbene il disco sia, forse, quello destinato più di ogni altro finora a richiamare una certa attenzione, questa è in verità una ennesima riprova delle sue capacità, non solo tecniche ma anche compositive, in bilico tra la tradizione folk e con rimandi a una certa psichedelia naturalista ma, soprattutto, una riproposizione della tradizione del primitivismo americano (di casa alla Thrill Jockey, grazie alla presenza nel roster di un musicista bravissimo come Glenn Jones, tra i principali rappresentanti del genere sulla scena contemporanea). 

Va da sé che le composizioni che fanno parte del disco (registrato e suonato interamente da Marisa nella sua città natale) siano sostanzialmente basate sulle sue capacità chitarristiche, grazie ad una tecnica costruita sul tipico fingerpicking suonato su accordature aperte: qui la musicista si destreggia in diverse sfumature di suono e di generi, a partire da costruzioni complesse cariche di vibrazioni sonore, come “Pulse” e “Slow Ascent”, dove gli spazi si riempiono sfruttando abilmente il tono dei bassi in un disco che si preannuncia in qualche maniera grigio. I toni, tuttavia, si fanno via via sempre più chiari e nitidi: già l'arpeggio di “Angel's Rest” apre a una maggiore luminosità nei suoni e determina suggestioni quasi malinconiche nello stile delle composizioni più essenziali di Ry Cooder, vedi anche i temi cinematici della title-track, “Sanctuary”, “Lament”, i blues di “Surfacing” e “Lift” e la fluidità dell'allegoria di “Sant Felie de Guixols” (forse il pezzo più spettacolare del disco). “Sun Song” è una specie di country con rimandi a sonorità spagnoleggianti.

Più volte Marisa Anderson è stata criticata per essere una musicista le cui composizioni sono per lo più orientate verso una certa tristezza e malinconia di fondo. Questa specie di provocazione (peraltro raccolta in maniera diretta in questo album, rispondendo a un fan che, proprio durante un set in Spagna a Sant Feliu de Guixols, la rimproverò di non scrivere mai canzoni felici) lascia il tempo che trova: le sensazioni che derivano dall'ascolto possono essere differenti a seconda degli ascoltatori e dei momenti particolari. “Cloud Corner” (in cui sono ripresi anche temi importanti e di attualità, come la guerra in Siria e il dramma dei rifugiati) è un album che nel suo carattere melanconico non esprime indifferenza, ma trasmette una mite sensazione di calore, così come del resto le ballate che fanno parte del patrimonio musicale americano e suonate da gruppi come i Black Twig Pickers potrebbero, allo stesso tempo, essere una specie di maniera per esorcizzare la tristezza. Può sembrare una frase fatta, ma alla fine è proprio nell'ascolto di canzoni come queste che, cogliendone la bellezza, riesci a scorgere quel caratteristico raggio di sole che spacca le nuvole, i ricordi che sfumano e poi nitidamente il mondo riempirsi di tutti i colori che ti circondano.

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