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7/10

Suni McGrath

Seven Stars

Un ritorno in sordina, come in sordina è stata -almeno per quanto riguarda il grande pubblico- la carriera di Suni McGrath, tra i grandi nomi -assieme a John Fahey, Robbie Basho e Leo Kottke- legati all'esplorazione delle potenzialità della chitarra acustica negli anni Sessanta. L'American Primitivism degli esordi rivive con questo Seven Stars, quarto lavoro in studio in quarantacinque anni, quarantadue dei quali (dal 1972 ad oggi) passati nel silenzio.

Un esploratore sonico, McGrath: il suo "Cornflower Suite" (1969, Adelphi) fondeva il folk americano con gli stimoli ritmici e armonici provenienti, oltre che dalla classica moderna, dalla musica bulgara, jugoslava, araba e hindustani. Composizioni delicate e progressive, capaci di dispensare, dietro ad un rigore compositivo alto e colto, profumi e vedute da visionario. Visioni più irregimentate e composte di quelle di un Fahey, ma pur sempre spaziose ed ammalianti.

Poco è cambiato da allora. Solo gli anni. Le dieci composizioni di McGrath (tutte inedite tranne tre, comparse in un estemporaneo singolo datato 2005) tornano ad incantare con le loro strutture complesse e raffinate, con i virtuosismi alla dodici corde che, ben lungi dall'essere meri formalismi, sono in funzione di una dettagliata resa paesaggistica. I pezzi, insomma, rilucono di una forza incontenibile: “Train Z II” è un vorticoso susseguirsi di variazioni sul tema, “Fantasia” è una piccola gemma melodica di fitto fingerpicking e contaminazioni country, “Fly Valory” è un variopinto susseguirsi di sali-scendi e cambi di ritmo, “Waxing the Skis” è un folk-blues che si avvolge in spire dispensando ad ogni giro qualche nuova fragranza, “Seven Stars II” è una rapsodia che riprende e sviluppa il tema dell'intro (“Seven Stars I”).

Gli si conceda un ascolto: "Seven Stars" lo vale tutto. E poi si recuperi quel "Cornflower Suite" di tanti anni fa. Chissà che non si aprano mondi nuovi all'ascoltatore.

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